Hash House Harriers, correre controcorrente
In un’epoca in cui la corsa si misura con i tempi e si racconta nelle storie di Instagram, una strana confraternita continua a correre per il semplice piacere di stare insieme. Nati quasi un secolo fa, gli Hash House Harriers rivendicano una pratica sociale e allegramente imperfetta. Tra corsa, caccia al tesoro e birra condivisa, mettono al centro qualcosa di molto diverso dall’ascesi.
« Club del bere con un problema di corsa »: basta imbattersi in un sito o in un profilo social targato Hash House Harriers per capire la filosofia del gruppo. Il politicamente scorretto è rivendicato senza troppi giri di parole. Nati nella cultura anglosassone nella prima metà del XX secolo, gli Hash House Harriers riuniscono oggi quasi 30.000 praticanti in tutto il mondo. I gruppi attivi sono circa 1.500, distribuiti in oltre cento Paesi. Non esiste una federazione degli Hash House Harriers, ma la cultura del gruppo è forte. Il fenomeno esiste anche in Francia: si contano 20 gruppi, tutti censiti e collegati al sito mondiale dell’organizzazione. I membri sono molto legati alla propria “casa”. Se vivete a Parigi, Tolosa, Strasburgo o Avignone, vicino a voi c’è una banda di allegri mattacchioni che propone qualcosa di singolare, a metà tra corsa e caccia al tesoro. La promessa? Correre senza pressione, perdersi e festeggiare insieme alla fine del “gioco”. Torniamo alle origini del movimento Hash House Harriers prima di scoprirne le regole.
Le origini degli Hash House Harriers
La storia degli Hash House Harriers risale al 1938, nella città malese di Kuala Lumpur. All’epoca, un gruppo di espatriati britannici, guidato in particolare da Albert Stephen Ignatius Gispert, decide di organizzare corse settimanali ispirate a un gioco tradizionale britannico: il hare and hounds. Il principio è semplice: uno o più “lepri” tracciano un percorso con pezzi di carta o farina, che gli altri partecipanti devono seguire. Ben presto, però, alla dimensione sportiva si aggiunge un obiettivo più conviviale. I fondatori vogliono fare esercizio, certo, ma anche contrastare gli eccessi delle serate festive e creare legami sociali. Gli obiettivi ufficiali del gruppo, messi nero su bianco già nel 1950, sono rivelatori: promuovere la forma fisica, divertirsi insieme e celebrare il momento davanti a una birra. Va da sé che l’abuso di alcol è dannoso per la salute e che questo articolo non promuove l’ubriachezza.
Il nome stesso, Hash House Harriers, deriva dal Selangor Club, dove i membri erano soliti mangiare. Il locale era soprannominato Hash House per la qualità discutibile della sua cucina: hash è infatti un termine dello slang britannico che indica un miscuglio poco appetitoso. Qui emerge tutta la capacità britannica di prendersi gioco della vita quotidiana. Del resto, i gruppi degli Hash House Harriers sembrano spesso composti in maggioranza da emigrati britannici.
Gli anni passano, ma il movimento riprende slancio e si diffonde progressivamente in tutto il mondo. Già negli anni Sessanta compaiono nuovi chapter in Asia, poi in Europa, America e altrove. Nel 1978, a Hong Kong, allora roccaforte dell’impero coloniale britannico, viene organizzato il primo incontro “internazionale” degli Hash House Harriers. Lo spirito originario resta intatto: una corsa senza obiettivi agonistici, in cui la collaborazione conta più della competizione. I percorsi sono disseminati volutamente di falsi indizi, costringendo i più veloci a rallentare e permettendo agli altri di ricompattarsi. Questo meccanismo ludico è uno dei pilastri della filosofia Hash: nessuno deve rimanere indietro.
Le regole del gioco
Ma in cosa consistono, esattamente, questi famosi hare and hounds? I corridori si dividono in due gruppi: le “lepri” e i “cani”, riprendendo i codici della caccia alla volpe tanto cara all’aristocrazia inglese. Anche qui non manca l’ironia. Le lepri hanno il compito di tracciare una pista con la farina, che i cani devono riuscire a seguire. Ci si perde di proposito, si ride e si finisce davanti a un bicchiere.
Ogni sessione, chiamata « hash », si basa su un principio semplice. Uno o più partecipanti, gli « hares », partono in anticipo e tracciano un percorso sul terreno usando farina, gesso o carta. Il resto del gruppo, il « pack », si mette poi sulle loro tracce. Ma, a differenza di una gara classica, il percorso è volutamente pieno di trappole. Si incontrano:
➜ i « checks »: zone in cui la traccia scompare e il gruppo deve cercare
➜ false piste, che mandano i corridori nella direzione sbagliata
➜ ritorni sui propri passi
➜ scorciatoie o varianti
Il hashing valorizza la varietà dei livelli. A differenza di molti club podistici, dove i divari di rendimento finiscono per creare gruppi omogenei, gli Hash House Harriers organizzano i percorsi in modo da mantenere la coesione. Strade sbagliate, “checks” e deviazioni costringono i più veloci ad aspettare i più lenti. Ogni corsa si conclude con un momento collettivo tra cibo, bevute e canti. A ogni partecipante abituale viene assegnato un soprannome umoristico.
Una resistenza alla modernità
In un’epoca segnata dall’individualismo e dalla ricerca della prestazione, questo approccio può essere letto come una forma di resistenza. Senza proporsi come modello, ricorda che lo sport può essere un pretesto per incontrarsi, scambiare qualcosa e lasciarsi andare. Mentre alcuni cercano di ottimizzare ogni appoggio, gli hashers rivendicano il diritto di correre “male”. Questa filosofia rende gli Hash House Harriers una curiosità nel panorama sportivo contemporaneo, ma anche una forma di resistenza culturale.
Oggi viene esaltata una certa forma di ascetismo: l’ingiunzione costante a migliorare noi stessi, come se fossimo macchine più che esseri umani. Nella pratica dell’hashing c’è una forma di sobrietà in senso filosofico: il rifiuto dell’eccesso di controllo, la presa di distanza da queste imposizioni moderne e il recupero di un piacere semplice. Correre senza obiettivi. Quasi per ridere. Un altro tipo di carnevale. Fare festa prima di tornare in un mondo fin troppo serio. I percorsi possono attraversare città, foreste, terreni fangosi o sentieri improbabili. Ci si perde, ci si ritrova e, soprattutto, ci si diverte.
È impossibile parlare degli Hash House Harriers senza affrontare il tema dell’alcol. Storicamente, questa dimensione era parte integrante dell’esperienza. Una tradizione che naturalmente solleva interrogativi, oggi che comprendiamo meglio i problemi di salute pubblica legati all’alcol. È però importante ricordare che, nella maggior parte dei gruppi, bere resta facoltativo. Molte realtà insistono sul fatto che ciascuno è libero di partecipare a modo proprio, senza pressioni. Alcune puntano persino su alternative analcoliche o su una pratica più familiare e inclusiva. Partecipare a un hash non deve mai significare mettersi in pericolo o subire pressioni sociali. Il piacere, che è il cuore di questa pratica, può esistere solo in un contesto rispettoso di ogni persona.
Al di là della dimensione puramente festaiola, è proprio questa voglia di fare gruppo e condividere momenti di buonumore ad attirare la nostra attenzione sugli Hash House Harriers.