Abbandonare negli sport di endurance: e se non fosse un fallimento?
Abbandonare. A volte basta questa parola per creare disagio. Negli sport di endurance viene spesso vissuto come un fallimento, quasi come una colpa. Ma è davvero una percezione giustificata?
Chi non ha mai pensato di abbandonare quando le difficoltà si accumulano? O quando il dolore è tale da impedire qualsiasi movimento? Tra prendere in considerazione il ritiro e rassegnarsi ad abbandonare c’è una bella differenza. Non tagliare il traguardo di una gara non è mai un dettaglio. Ma le ragioni che spingono ad alzare bandiera bianca sono molteplici e personali. A volte è il corpo a imporre lo stop. Perdita di conoscenza, infortunio o cedimento fisico finiscono per avere la meglio sulla volontà di arrivare. Altre volte compare un disagio che sembra insormontabile. Ma lo è davvero? In base a fattori come la tolleranza al dolore, la forza mentale, l’ego o lo sguardo degli altri, un atleta riesce a superarlo e un altro no. Fallimento, decisione razionale o necessità fisiologica: analizziamo una parola che fa paura a più di un finisher, il ritiro.
Perché il ritiro è visto così male?
Suona quasi come una vergogna. Dirlo a chi ascolta, ammettere di essersi ritirati. Eppure, presentarsi sulla linea di partenza merita già rispetto. Per arrivare fin lì, infatti, è stato necessario prepararsi fisicamente per essere pronti il giorno della gara. « Il corpo deve essere pronto a farlo, conferma Fabio, triatleta amatore sulle lunghe distanze. Che sia una maratona, una 10 km o una 5 km, per una persona sedentaria. Ognuno ha il proprio Everest. »
Per arrivarci, il runner si è impegnato, ha seguito alla lettera il programma di allenamento nonostante una quotidianità intensa. Così, quando arriva il momento tanto atteso, vuole soprattutto farcela per se stesso. Per non rimpiangere tutte quelle sere d’inverno a cui ha rinunciato. « Ci diciamo che abbiamo fatto tanti sacrifici per conquistare quella medaglia », racconta Juliette, una delle 1389 partecipanti che quest’anno non hanno concluso la Maratona di Parigi. Il 2,41% è infatti la percentuale dei ritiri nella gara del 2026, una prova di quanto la maggior parte dei partecipanti si aggrappi con tutte le forze a quella famosa medaglia da finisher, ricompensa di tutto l’impegno investito.
Per alcuni è una questione di ego, tutta personale. « Voglio dimostrare a me stesso di essere ancora forte, spiega il finisher del Frenchman in 9h31, un triathlon XXL. La frase che mi sono ripetuto era: “Che persona sei se abbandoni quando diventa difficile? Fabio, ti sei iscritto a questa gara proprio per cercare la difficoltà.” » Altri lo fanno per rispetto nei confronti dei professionisti o dei sostenitori. Secondo Nikita Paskiewiez, triatleta professionista sulle lunghe distanze, arrivare al traguardo è quasi un dovere. « Ai Campionati del mondo, quando sei a quel livello, se sei trentesima e hai avuto un cedimento enorme ma riesci ancora a camminare, in qualche modo devi finire per il tuo pubblico, soprattutto quando mancano una decina di chilometri. » Al contrario, secondo l’atleta francese, c’è anche chi abbandona per « codardia ». « Ne conosco alcune che non vogliono che una certa ragazza sia davanti a loro. »
Non tutti i ritiri, però, lasciano l’amaro in bocca. Nicolas Fiessinger, 21° alla Coppa del Mondo cadetti di corsa in montagna nel 2017, non ha concluso la sua prima maratona, a Ginevra, lo scorso maggio. La frustrazione c’era, certo, ma l’ha vissuta molto bene. Il suo segreto? Un approccio meno basato sul confronto, con meno Strava e meno attenzione all’orologio, e la consapevolezza di correre per se stesso. « Ho giocato e ho perso, ma ero sereno e sono partito senza pressione. Avevo portato avanti la preparazione insieme a mille altre cose, stavo bene, i miei cari erano lì: corro per me e per loro, non per gli altri, per le foto o per la medaglia », riassume.
Credo che abbandonare non faccia parte del nostro DNA.
Quando è il corpo a imporre i propri limiti
Per molti sportivi, amatori e professionisti, abbandonare non è un’opzione. Se il corpo permette loro di continuare, non si pongono nemmeno la domanda, indipendentemente dalle condizioni. « Nella mia testa è sempre stato fuori discussione abbandonare, dice Juliette, alla sua seconda maratona. « Credo che non faccia parte del DNA dei trailer», insiste Fabio, appassionato di ultra-endurance, per il quale camminare equivale ad abbandonare.
A volte, però, non resta altra scelta che rallentare. È successo a molti, vittime della mancanza di carburante legata a problemi di alimentazione. Durante la maratona del Frenchman, Fabio ha dovuto lottare contro un impulso incontenibile a camminare. « Il mio corpo non rispondeva più, racconta. La frequenza cardiaca era scesa e mentalmente ero a pezzi. » L’alimentazione, che problema. Ma cosa dire degli imprevisti di gara dai quali è impossibile riprendersi? Étienne Daguinos ne ha pagato il prezzo: alla Tokyo Speed Race, nel maggio 2025, è stato costretto al ritiro mentre puntava al record europeo sui 10 km, dopo essere stato involontariamente sgambettato da un concorrente.
Di fronte a queste difficoltà subentra la forza mentale, la capacità di perseverare. Fabio ha prima di tutto accettato i propri limiti fisici. « Ho passato 10 chilometri a lottare per non camminare, dicendomi: “Considera che ti restano 10 chilometri di corsa da fare. E gli ultimi due non contano.” » Aver già immaginato in allenamento una situazione di difficoltà simile lo ha aiutato a reggere il colpo. « Mi ero visualizzato lì e poi ci sono arrivato davvero. Quando abbiamo deciso che era quello che volevamo, eravamo al posto giusto nella sofferenza. » Per combattere il dolore, si è lasciato trascinare dagli incoraggiamenti del pubblico lungo il circuito di 10 km. « Alcuni ragazzi mi hanno dato una forza che non so nemmeno da dove venisse. Al terzo giro, quando ero più contratto, ho avuto le ali per un chilometro. » Il sostegno del pubblico, le grida dei suoi cari e i pensieri positivi lo hanno rivitalizzato, fino a permettergli di aumentare il ritmo in un momento preciso e di ritrovare l’energia necessaria per andare avanti.
Attenzione, però: concludere una gara non significa restare nello stesso stato mentale dall’inizio alla fine. La condizione più determinante sembra essere quella di conservazione, cioè la capacità di proteggersi e preservare le proprie energie. A quel punto diventa essenziale adattare la strategia. I crampi allo stomaco non equivalgono necessariamente a un ritiro, se si trova una soluzione: fermarsi più volte in bagno, cambiare alimentazione o scegliere una bevanda meglio tollerata.
In uno studio del 2017 pubblicato sulla banca dati PubMed, i ricercatori arrivano persino ad affermare che « i finisher trascorrono più tempo in stati di conservazione e meno tempo in stati di sconfitta rispetto a chi abbandona ». In altre parole, chi arriva al traguardo non è necessariamente chi soffre meno, ma chi riesce meglio ad adattare la propria risposta alla sofferenza.
È ciò che è successo a Nikita Paskiewiez, colpita da un’infezione della cornea a entrambi gli occhi durante il suo primo Embrunman, nel 2024. A 700 metri dal traguardo è riuscita a conquistare un posto sul podio nonostante la vista fortemente compromessa: « Non vedevo niente, ma proprio niente. Ero immersa nella nebbia. Era pericolosissimo. Piangevo e basta. E nonostante tutto non ho nemmeno pensato di abbandonare. Non abbandoni finché non cadi. Finché rimane un po’ di luce, continui. Ti sei allenata per questo. » In quella situazione, ritirarsi sarebbe stato un colpo al cuore, perché il suo corpo rispondeva ancora perfettamente, anche se gli occhi non le permettevano più di vedere normalmente.
I più resistenti forse non sono quelli che ignorano il dolore, ma quelli che imparano a conviverci. E a volte convivere con il dolore significa anche sapere quando fermarsi. Resta da capire se rinunciare, quando continuare mette a rischio il corpo, sia davvero un fallimento.
A volte il vero coraggio sta nell’abbandonare?
E se abbandonare si rivelasse una decisione ponderata? Se non spingere il corpo oltre i propri limiti e non aggravare un infortunio fosse la scelta più sana? Un atto ancora più coraggioso, se si pensa a tutto ciò che è stato fatto per arrivare a quella gara.
Nicolas Fiessinger ha scelto di considerare il ritiro di Ginevra come la prova di essere sulla strada giusta: « Ho corso 30 km a 3’20/km, su un ritmo da 2h19, mentre ero preparato per 2h22. Quello non perdona, ma ho voluto sfruttare le gambe eccezionali che avevo quel giorno. Correre per 30 km a quei ritmi vale mille vittorie, perché all’inizio della preparazione sembrava impensabile. » A volte abbandonare significa anche preservare il corpo per il futuro. Limitare i rischi e tornare prima ad allenarsi. « In questo periodo ho un leggero dolore al tendine d’Achille. Domenica, se sentirò dolore, mi fermerò subito, perché i miei obiettivi non sono adesso», racconta Nikita parlando dell’Ironman 70.3 di Nizza, in programma il 28 giugno. Quando la posta in gioco va oltre la gara del giorno, è più facile tirare i remi in barca. Per i professionisti, però, l’equazione è talvolta più complessa. « A volte è meglio abbandonare una domenica per essere al top quella dopo e guadagnare », aggiunge.
E se, alla fine, questo presunto fallimento rendesse più forti? Alessia Zarbo, due volte vicecampionessa europea dei 10.000 m, ha visto il proprio corpo cancellare uno dei momenti che avrebbero potuto segnare maggiormente la sua carriera. Durante i 10.000 m dei Giochi Olimpici del 2024, dopo 25 minuti di gara, l’atleta francese è crollata ed è stata portata via in barella. Oggi considera quell’episodio una svolta: « Era impossibile che resistessi fino alla fine. Soffrivo di stanchezza cronica da sei mesi. Tutto il mio organismo era rallentato. Facevo alcuni lenti di recupero a più di 165 BPM e avevo tanti piccoli infortuni. Era un sovrallenamento totale, legato alla mancanza di stabilità. Ho compensato troppo, ero arrivata al limite estremo. Dopo quell’episodio ho cambiato anche il mio metodo di allenamento », ricorda.
La vita è fatta di alti e bassi. Fabio si aggrappa a questo mantra: « Non bisogna dimenticare che da un fallimento si esce sempre più forti che da una vittoria, anche se è ciò che fa più male. » Fa male, certo, ma non è la fine. Un promemoria che potrebbe parlare a quel 30% circa di partecipanti dell’UTMB 2025 costretti al ritiro.
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