« Un posto speciale, ma dove si può davvero correre »: quando il cronometro prende il posto degli aerei alla Tarmac Race

Dorian Vuillet
Da Dorian Vuillet

Pubblicato il gio 10 settembre 2026

Aggiornato il gio 10 settembre 2026

« Un posto speciale, ma dove si può davvero correre »: quando il cronometro prende il posto degli aerei alla Tarmac Race
© Tarmac Race

Affrontare una 5 o una 10 km su una pista d’aeroporto incuriosisce e attira allo stesso tempo. Il prossimo 13 giugno, la Tarmac Race trasformerà questa intuizione in realtà a Valence-Chabeuil. Un terreno essenziale, una linea chiara e una promessa che non ha bisogno di esagerare.

Il progetto nasce sul tarmac dell’Aeroporto di Valence-Chabeuil, nella Drôme, uno spazio normalmente inaccessibile, dove ogni metro è pensato per qualcosa di diverso dalla corsa. Ed è proprio questo a renderlo interessante. Anthony Aleixandri non cerca di abbellire l’idea. « Volevamo un luogo diverso dal solito », spiega il cofondatore dell’associazione Reload e organizzatore di questa Tarmac Race, prima di aggiungere quasi senza soluzione di continuità « ma soprattutto un posto dove si può davvero correre ».

Dietro questa semplicità c’è una linea guida precisa. Niente scenografie artificiali, niente animazione per mascherare il vuoto. « A volte le attivazioni sono un po’ too much », osserva. Il luogo parla da sé. Il tarmac impone una forma di rispetto, una sobrietà naturale che evita di trasformare tutto in un gadget.

L’evento si articola su due distanze. Una 5 km accessibile, limitata a 500 pettorali, e una 10 km più affollata, con 1000 posti disponibili, di cui ne restano ancora quasi 200. « La 5 km resta il formato più inclusivo », ricorda Anthony, forte della sua esperienza sul campo. La 10 km, invece, risponde a una logica diversa. « Oggi, quando si parla di cronometro, la 10 km è il riferimento per tutti ». Due formati, due possibilità di partecipazione, senza confondere il messaggio.

Una pista per arrivare fino in fondo a se stessi

Il percorso non cerca l’effetto sorpresa. Sceglie una forma di purezza. Tracciato interamente sulla pista e sulle aree di rullaggio, si sviluppa in ampi giri, senza curve strette né strappi di ritmo. « Si vede lontano, si corre sciolti, si mantiene il ritmo », riassume Anthony, che arriva dal mondo delle vendite. Una frase che descrive alla perfezione la realtà del tracciato. Sulla 5 km si susseguono un giro piccolo e uno grande. Sulla 10 km, un giro aggiuntivo impone la regolarità. Niente interrompe il gesto. Nessun riparo, nessun rilancio-trappola. Solo una linea e tutto ciò che si è capaci di metterci dentro.

Il percorso è pensato per fare prestazione!

Anthony Aleixandri, organizzatore della Tarmac Race

« Il percorso è pensato per fare prestazione! », afferma senza giri di parole. Ma aggiunge subito una sfumatura. « Quando non c’è vento, è un tracciato ideale per fare il record. Quando invece c’è, diventa complicato ». Una verità semplice, quasi brutale, che rimette il corridore di fronte a se stesso. Poi la gara entra in un’altra dimensione. È una prova semi-notturna, pensata per assecondare la luce invece di subirla. « In questo periodo correre in pieno giorno diventa complicato », spiega il pilastro di un’organizzazione composta da appena cinque persone. 

Il sole scende lentamente sul Vercors e sull’Ardèche, i LED prendono il sopravvento e l’atmosfera cambia senza strappi. Un DJ, uno speaker, ma sempre la volontà di non eccedere. « Non voglio andare in tutte le direzioni », confida. L’aeroporto, del resto, basta già a creare qualcosa di forte.

Bastien Augusto e Raphaël Montoya ospiti, in attesa di Alessia Zarbo

Attorno alla gara, tutto è organizzato per creare un vero momento da vivere. Il villaggio aprirà già alle 17, con food truck, birrificio, gelateria e spazi d’incontro. « Vogliamo un prima e un dopo gara », insiste Anthony. Un modo per prolungare l’esperienza senza appesantirla. Ma dietro questa fluidità, la realtà resta impegnativa. Organizzare una gara in aeroporto è una sfida continua. « È estremamente complesso », ammette. Sicurezza, prefettura, vincoli tecnici. E soprattutto una regola che non ammette discussioni. « Se c’è un espianto d’organi o un incendio, la gara viene dopo ». Una frase che ricorda la natura del luogo.

Anche in pista, tutto resta sotto controllo. « Dobbiamo essere in grado di liberare completamente l’area in venti minuti », spiega. Un vincolo importante, integrato fin dall’inizio. Per quanto riguarda i partecipanti di spicco, alcuni nomi danno ulteriore interesse alla gara, come Bastien Augusto sulla 10 km o Raphaël Montoya sulla 5 km, con la possibilità che si aggiunga al cast anche Alessia Zarbo. Profili scelti con una certa coerenza. « Volevamo atleti alla mano », osserva Anthony, fedele allo spirito del progetto.

I partner seguono la stessa logica. Oakley in testa, insieme a HOKA, Maurten, Specialized e BMW. « Non volevamo prendere tutti », spiega. « L’idea era avere brand premium in linea con il progetto ». In fondo, la Tarmac Race non cerca di convincere tutti. « Non sono sicuro di dover convincere qualcuno », lascia cadere Anthony. Un approccio quasi controcorrente. « Se le persone avranno voglia di venire, verranno ».

Il 13 giugno, sulla pista di Valence-Chabeuil, nessuno decollerà davvero. Ma tra la luce che cambia, l’asfalto che corre dritto e quella strana sensazione di trovarsi al posto giusto in un luogo che non lo è, qualcuno potrebbe ripartire con qualcosa di più di un tempo. Un’impressione rara. Quasi sospesa.

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