Perché racconti sempre la tua gara? Anche quando nessuno te l’ha chiesto
Esibizionismo, insicurezza, bisogno di riconoscimento o semplice orgoglio? Perché i runner sentono (quasi) sempre il bisogno di raccontare la propria maratona, anche quando nessuno ha domandato nulla? È un fenomeno tanto comune quanto inspiegabile. Abbiamo provato ad approfondirlo. Ecco alcune ipotesi, inevitabilmente soggettive, ma non del tutto prive di senso.
Ipotesi 1: Non c’è niente di più interessante
In ufficio, il lunedì è il momento del grande resoconto sul weekend. Cécile racconta la visita ai suoceri, Maël descrive nei dettagli la sua maratona di videogiochi e Pascale è orgogliosissima di aver venduto una cassettiera su Le Bon Coin. Tu, però, hai corso una vera maratona. Quindi, quando arriva la fatidica domanda: « E tu, come hai passato il weekend? » Impossibile resistere. E parte il racconto: « Ero a Nizza per la maratona. Giornata perfetta: sole, ma non troppo caldo. Organizzazione impeccabile, ristori di qualità, tranne al 35° chilometro, quando mi è venuto un crampo. E indovina? Nessuno spray refrigerante a portata di mano. Però ho tenuto duro. Poi, proprio prima del traguardo, una signora si è sentita male davanti a me… Ma ho chiuso forte, ero davvero in forma. » A quel punto non ascolta più nessuno. Ognuno è tornato alle proprie email. E tu riprendi il lavoro con un sorrisetto. Perché sì, lo sai: il tuo weekend è stato decisamente più epico di quello degli altri.
Ipotesi 2: È (un po’) esibizionismo
Obiettivo dichiarato: chiudere i 42,195 km in 3 ore. Tre mesi di allenamenti intensi con il coach, disciplina da monaco e lunghi all’alba. Poi, al traguardo, il colpaccio: 2h59’07’’ sul cronometro. È chiaro che il dato non rimarrà segreto a lungo. « Ah sì, io all’ultima maratona ho fatto un sub 3. Una passeggiata, sinceramente. » E quella frasetta diventa una medaglia al valore da sfoderare alla prima occasione. Anche, e soprattutto, quando nessuno ha fatto la domanda. « Ciao! Piacere. A proposito, tu hai mai corso una maratona? No? Perché io sì, sub 3, sai… »
Ipotesi 3: La passione per i temi in classe
Introduzione, tesi, svolgimento in tre punti, conclusione e apertura. È questo il metodo dei runner per rispondere alla domanda «E tu, com’è andata la gara?», se solo chi l’ha posta sapesse… La risposta che lo aspetta sarà tutt’altro che breve. Dal viaggio al ritiro del pettorale, senza dimenticare le disavventure, il gel scaduto, la gara, la caduta al 38° chilometro, il traguardo, la medaglia, la maglietta dei finishers troppo grande e persino la navetta per il ritorno. Insomma, la risposta sembra un tema da svolgere su due facciate. Il titolo? “E se il traguardo non fosse altro che un’illusione, un inganno per dare un senso alla fatica?”. Avete quattro ore.
Ipotesi 4: Condividere la passione per lo sport
Non hanno chiesto nulla, ma sono amici sportivi, quindi è ovvio che la cosa li interesserà. È almeno quello che pensa il runner quando, con entusiasmo, comincia a raccontare la sua maratona. Peccato che uno giochi a scacchi, l’altro pratichi golf, Emma vada a cavallo e Jérémy si lanci con il paracadute. Diciamolo: le discussioni appassionate sulle arance appiccicose ai ristori, sulle difficoltà con un pettorale fissato male o sul ritmo al chilometro rischiano di non suscitare grande entusiasmo. Ma il runner insiste, convinto che in fondo lo sport unisca tutti. Anche se, attorno al tavolo, qualcuno ha già cominciato a parlare dell’ultima puntata di una serie o del torneo di bridge della zia Monique.
Ipotesi 5: La corsa è una droga
Dopo la maratona, riposo forzato. Niente uscite, niente ripetute, nemmeno una corsetta di recupero. Il corpo si rigenera, ma la mente continua a girare a pieno regime. Così, per colmare la mancanza, si sostituisce la pratica con la teoria. Se non si può correre, se ne parla. In continuazione. È l’occasione perfetta per rivivere, chilometro dopo chilometro, l’ultima gara: le gambe leggere alla partenza, la salita del 27°, il crampo al 35°, lo sprint finale, la medaglia. Un modo come un altro per attenuare l’astinenza. Perché, in fondo, la corsa crea dipendenza, e raccontarla significa continuare a correre, ma con le parole.
Ipotesi 6: Realizzare un sogno, che orgoglio
Quella Marathon de Paris era la sfida del 2025. Una bella impresa, appena un anno dopo aver cominciato a correre. Scommessa accettata, sfida vinta: una maratona, 42,195 chilometri. Impossibile trattenere la gioia e la voglia di raccontarlo a tutti, senza sapere bene nemmeno perché.
Ipotesi 7: L’effetto social
Tra Instagram e Strava, il resoconto della gara è una cosa tremendamente importante. Ci hai pensato così tanto che conosci a memoria la descrizione del post. Così, quando parli della tua impresa, reciti il testo che hai preparato.
Il runner che racconta la propria gara non sta sempre cercando di vantarsi. Spesso cerca di darle un senso, creare un legame o affermare la propria esistenza in un mondo che corre veloce e in cui persino la fatica sembra aver bisogno di essere giustificata e validata.