Rob Sloan, il maratoneta che ha barato prendendo l’autobus
Doveva arrivare esausto, invece era fresco come una rosa. Nell’ottobre 2011, il britannico Rob Sloan pensava di poter ingannare tutti alla maratona di Kielder, in Inghilterra, concedendosi una pausa… in autobus. Una piccola bugia diventata un grande scandalo, e una delle storie più gustose del running moderno. Ripercorriamo quella truffa in sette capitoli.
Capitolo 1 – Una domenica per correre
9 ottobre 2011. Kielder, nord dell’Inghilterra. Una maratona di provincia, un’atmosfera da gara di club, volontari fradici di pioggia e quell’odore di erba bagnata che si appiccica alle scarpe. Rob Sloan, 31 anni, meccanico e podista amatore, parte come tutti gli altri. Il giorno prima ha corso una 10 km, ma non importa: la voglia è più forte della fatica. L’inizio fila liscio. L’uomo procede con impegno, supera le salite della Northumberland Forest, tiene il ritmo. Non lotta per vincere, ma non sfigura nemmeno. Insomma, una domenica di gara come tante. Finché il rettilineo non si trasforma in una linea spezzata.
Capitolo 2 – L’autobus del destino
Intorno al 32° chilometro, Sloan cede. Il corpo si rifiuta, la testa vacilla. Abbandona il percorso ufficiale, imbocca una strada laterale… e si imbatte in una navetta per gli spettatori. Il classico autobus che di solito si prende per tornare a casa. Solo che lui ci sale per arrivare più in fretta verso la gloria. Secondo i testimoni, resta seduto per diversi chilometri. Alcuni passeggeri lo notano, con il pettorale ancora appuntato sulla maglia. Poi scende, non lontano dal traguardo, si inoltra nel bosco, ricompare sul percorso e corre verso l’arrivo. Una scena che sembrerebbe uscita da un film comico, se non fosse accaduta davvero.
Capitolo 3 – L’impresa del miracolato
Pochi minuti dopo, Rob Sloan taglia il traguardo al terzo posto. Alza le braccia, ringrazia i volontari, recita la parte dell’eroe stremato. Il cronometro segna 2h05'. Una prestazione pazzesca per un podista amatore, persino migliore del suo primato personale. Gli organizzatori parlano con il vincitore, che descrive una gara « difficile, ma incredibile ». L’immagine è perfetta.
Solo che c’è un dettaglio che non torna: il quarto classificato, Steve Cairns, non ricorda di essere stato superato da lui. E diversi spettatori giurano di averlo visto… su un autobus. Il dubbio cresce, le discussioni si accendono, la voce si trasforma in un’indagine. « È l’unico del gruppo ad aver corso la seconda parte della gara più velocemente della prima metà », raccontava Steve Cram, organizzatore della maratona del Northumberland, ex campione del mondo e vicecampione olimpico dei 1500 metri.
Capitolo 4 – I testimoni parlano
Anche uno dei direttori di gara, Dave Roberts, riceve una valanga di messaggi e in seguito dichiara all’agenzia AP che « alcune persone in auto, dietro l’autobus, lo hanno visto salire e scendere; altri lo hanno poi visto correre nel bosco per ricongiungersi al percorso. » Anche gli autisti confermano la scena. Impossibile ignorare tutto quel clamore. L’organizzazione decide allora di controllare i tempi intermedi. Il verdetto è un’incoerenza totale. Sloan ha corso la seconda metà più velocemente della prima. Per un amatore, su un percorso collinare, è matematicamente impossibile.
Capitolo 5 – Una difesa impossibile
Messo di fronte alle accuse, Sloan si indigna. Parla di « voci ridicole », giura di aver corso dall’inizio alla fine. Ma ormai non gli crede più nessuno. Il muro di bugie crolla, i testimoni si moltiplicano e il club di Kielder lo esclude dalla gara. Alla fine il podista ammette i fatti. Nessun piano machiavellico, solo un momento di debolezza. Aveva abbandonato, troppo stanco, prima di cedere alla tentazione. Probabilmente voleva salvare la faccia. Dave Roberts riassume la situazione con una frase terribile, destinata a restare nella memoria. « È grave quanto il doping. »
Capitolo 6 – La caduta e la morale
Il podio viene riassegnato, Steve Cairns si prende la sua medaglia e Rob Sloan diventa suo malgrado un simbolo. Quello della scorciatoia impossibile. Voleva sfuggire alla vergogna, si è guadagnato la posterità. La vicenda supera presto i confini locali. I media ci sguazzano, i social la rilanciano. Si parla dell’«autobus più famoso d’Inghilterra». Qualcuno ironizza, come se avesse preso la maratona per una coincidenza. Altri, più severi, ci vedono il riflesso di un’epoca in cui l’apparenza vale più della fatica.
Capitolo 7 – Il fantasma di Kielder
Oggi Rob Sloan corre ancora, lontano dalle telecamere. Ha pagato per il suo errore, senza riuscire davvero a giustificarlo. La sua storia, invece, è rimasta nella memoria di tutti: quella di un podista che voleva andare troppo veloce e ha scoperto che la verità ha sempre più resistenza della menzogna. In fondo, il suo errore racconta qualcosa di più ampio: la paura di deludere, il bisogno di essere visto, quella pressione invisibile che spinge a barare per sentirsi qualcuno. Un autobus, un pettorale e un ricordo indelebile: quello di una maratona in cui la strada più breve non ha mai portato alla vittoria.
Alla fine, Rob Sloan non ha perso soltanto un posto sul podio: ha mancato l’essenziale, la verità della maratona, quella che si conquista a ogni passo. Perché, in fondo, il running non ha mai premiato l’inganno, ma la sincerità della fatica. Ed è forse per questo che amiamo tanto queste storie: ci ricordano che non esiste una scorciatoia per arrivare orgogliosi al traguardo.