«Volevo organizzare la gara che sognavo di correre»: la discesa della Transhumance Classic risveglia l’Aubrac

Dorian Vuillet
Da Dorian Vuillet

Pubblicato il gio 10 settembre 2026

Aggiornato il gio 10 settembre 2026

«Volevo organizzare la gara che sognavo di correre»: la discesa della Transhumance Classic risveglia l’Aubrac
© Transhumance Classic

Sulle strade aperte e roventi dell’Aubrac, la Transhumance Classic non spunta nessuna casella convenzionale. Dieci chilometri in discesa, un’atmosfera da festa di paese e una promessa semplice: correre senza pressione e restare per tutto il resto. Théo Mazars e la sua squadra riportano in vita una tradizione che stava scomparendo, restituendo al running il sapore della festa.

Sulla carta, l’idea potrebbe sembrare quasi fin troppo semplice. Dieci chilometri. Una strada in discesa. Un paese all’arrivo. Ma in un’epoca in cui la corsa si struttura, si certifica e si uniforma, la Transhumance Classic va in direzione opposta. Nessun percorso ottimizzato per la televisione, nessuna griglia di partenza gerarchizzata. Solo una linea, un gruppo e una strada che scorre via. Una discesa costante, intorno al 3%, abbastanza dolce da lasciarsi trasportare, abbastanza efficace da abbassare i tempi senza spingere troppo.

A fine maggio, le emblematiche vacche Aubrac salgono verso gli alpeggi e danno il via, quasi simbolicamente, alla stagione sugli altopiani. Qualche settimana dopo, la Transhumance Classic si inserisce nello stesso slancio. Sabato 27 giugno non si vedranno soltanto zoccoli. Saranno le scarpe da running a prendere il testimone.

« Ci sono davvero tutti gli ingredienti per fare grandi tempi, ma bisogna prenderla con filosofia», sorride Théo Mazars, organizzatore della gara. L’espressione «10 km più veloce di Francia» diverte, incuriosisce, attira. E sul campo non è del tutto usurpata. Corridori abituati a stare intorno ai 34-35 minuti qui guadagnano talvolta da due a tre minuti. Un altro modo di affrontare lo sforzo, meno frontale, quasi inebriante. Ma ridurre la Transhumance Classic a un semplice terreno di caccia al primato personale significherebbe perdere il punto essenziale.

Tornare all’essenza delle gare di paese

Tutto nasce da una constatazione semplice. Quasi nostalgica, ma senza amarezza. « Quando ero piccolo, d’estate c’erano ancora parecchie gare nei paesi, ricorda il presidente di Aux Courses Running Club. Poi, crescendo, sono scomparse. In pochi anni il panorama è cambiato. Le gare trail si sono moltiplicate, le grandi manifestazioni hanno conquistato spazio e le piccole competizioni locali sono lentamente sparite dai radar. Così è nata l’idea. Ricreare una gara là dove tutto aveva senso, a Laguiole (Aveyron), nel paese dei suoi nonni, noto per i suoi coltelli, nel cuore dell’Aubrac. Non una copia del passato, ma una versione adattata ai giorni nostri.

« L’obiettivo era che chiunque potesse presentarsi alla partenza senza stressarsi, senza farsi troppi problemi», sottolinea uno dei creatori di «Caviar», rivista di società e cultura dedicata al calcio. Nessuna pressione legata alla prestazione, nessun obbligo implicito. Solo un invito. E il risultato supera presto le aspettative. I frequentatori dell’asfalto si mescolano a persone che non avevano mai indossato un pettorale. Alcuni scoprono qui la corsa, quasi per caso. « Abbiamo parecchi partecipanti che non avevano mai preso un pettorale e che da allora hanno iniziato a correre».

Una discesa per correre in modo diverso

Il tracciato diventa così una leva. Non solo per far parlare di sé, ma per aprire la porta a più persone. La discesa rende la gara più accessibile e anche più coinvolgente. Cambia il rapporto con lo sforzo. Non lo si subisce, lo si accompagna. « La pendenza media è del 3%, ed è regolarissima, spiega questo corridore di 28 anni. Si può spingere senza massacrarsi le ginocchia». Un dettaglio tecnico, ma determinante. Laddove alcune discese diventano devastanti, questa resta fluida. Le gambe girano veloci, la sensazione rimane sotto controllo. Fino agli ultimi chilometri, quando lo sforzo torna a presentare il conto. All’arrivo, in pochi parlano di sofferenza. Molti raccontano il piacere di aver corso in modo diverso.

Ma la Transhumance Classic non finisce sul traguardo. Quasi comincia dopo. Nella piazza del paese l’atmosfera cambia. Le scarpe da running lasciano spazio ai tavoli. Il ristoro diventa un momento a sé: brioche del posto, salumi, formaggio, birra. Tutto arriva dal paese o dai dintorni. « Vogliamo davvero fare tutto al 100% locale: partner, prodotti e volontari». Il progetto non vive accanto al territorio. Dipende da esso. E in cambio lo fa vivere. Per un fine settimana, il paese cambia dimensione. Con gli accompagnatori, la popolazione quasi raddoppia. « L’anno scorso eravamo quasi mille nel fine settimana, in un paese di 1.200 abitanti.» Il running torna così a essere ciò che a volte ha dimenticato di essere. Un momento collettivo.

«Voglio che resti una gara di paese»

Il successo è evidente. 150 partecipanti alla prima edizione, più di 300 in quella successiva, circa 400 attesi quest’anno, il 27 giugno. Una crescita netta, soprattutto nell’Aveyron, un dipartimento dove attirare partecipanti resta una sfida. Ma l’ambizione non sfocia nella sproporzione. « Oltre i 500 partecipanti diventerebbe un altro tipo di organizzazione, ammette il nativo di Millau trasferitosi a Marsiglia. E io voglio che resti una gara di paese».

Nessuna corsa alle dimensioni. Nessuna voglia di trasformare l’evento in una macchina. L’obiettivo sta in un equilibrio sottile: continuare a crescere senza perdere lo spirito originario. Conservare quella vicinanza, quella semplicità, la sensazione che tutto resti a portata di mano. Anche le scelte economiche seguono questa logica. « Potremmo fare profitto, ma non è questo lo scopo. Preferiamo investire nella qualità e nell’esperienza.» Pettorale accessibile, partner locali, filiera corta. Il modello potrebbe generare di più, ma non è la priorità.

È più una gara per divertirsi, per arrivare al traguardo, magari per Strava, che per il bilancio FFA.

Théo Mazars, organizzatore della Transhumance classic

Dietro la Transhumance Classic c’è anche una riflessione più ampia. Su ciò che sta diventando la corsa. Sull’equilibrio tra prestazione, piacere e accessibilità. Il tempo esiste, naturalmente. Strava non è mai lontano. Ma non detta legge su tutto. « È più una gara per divertirsi, per arrivare al traguardo, magari per Strava, che per il bilancio FFA». Un approccio diverso, più libero. Si può venire a cercare un record, oppure semplicemente un momento da vivere. In fondo, tutto nasce da un desiderio semplice. Quasi personale. « Volevo organizzare la gara che sognavo di correre.» Una discesa che libera le gambe. Un paese che trattiene un po’ più a lungo del previsto. E, in mezzo, una gara che ricorda come a volte il running non abbia bisogno di fare di più per lasciare il segno.

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