Olivier Bessy: «Cerchiamo di dare intensità alla nostra vita, e la corsa ce la offre»
Figura di primo piano della sociologia dello sport in Francia, Olivier Bessy studia da oltre quarant’anni la corsa, le sue trasformazioni e il suo posto nei nostri stili di vita contemporanei. Professore emerito all’Università di Pau e dei Paesi dell’Adour e ricercatore presso il laboratorio TREE (Transizione ambientale ed energetica), è anche autore di diversi testi di riferimento sulla storia e la sociologia di una pratica diventata fenomeno sociale. In questa intervista ripercorre cinquant’anni di passione personale e scientifica per raccontare l’evoluzione del runner, dai primi jogger del post-’68 agli appassionati di ultratrail e agli odierni «strava jockey».
Che rapporto ha con la corsa?
Ho un rapporto passionale con la corsa: fa parte di me da cinquant’anni. Ho attraversato tutte le epoche della corsa, iniziando in pista con una società, poi passando al cross, alle gare su strada, fino al trail e all’ultratrail. Oggi, a 67 anni, corro per concedermi un momento di meditazione. Metto le scarpe da corsa ogni volta che ne sento il bisogno.
Perché ha scelto di occuparsi della corsa nell’ambito del suo lavoro?
All’inizio ero insegnante di educazione fisica, poi ho proseguito il mio percorso come docente e ricercatore in una facoltà di scienze e tecniche delle attività fisiche e sportive. Ho scritto una tesi su «Il culto del corpo e della forma». Nel 1981 ho deciso di lavorare sulla corsa, perché ne ero già un grande appassionato e sentivo che attorno a questa disciplina stava succedendo qualcosa. Nel 1994 mi sono occupato della Marathon du Médoc e ho scritto un libro per il decimo anniversario della manifestazione. In seguito ho pubblicato una serie di libri dedicati a questa disciplina, perché non si può capire ciò che è oggi senza conoscere quello che è successo prima.
Oggi i runner cercano forme di socialità più flessibili e aperte. Inoltre, grazie ai social network e alle nuove tecnologie, oggi si può ottenere una prestazione anche senza essere iscritti a una società.
Nel suo libro «Correre dal 1968 ai giorni nostri, volume 1: Correre senza vincoli», pubblicato da Cairn, parla proprio di una prima rivoluzione dopo il Maggio ’68.
Sì, tutto comincia negli anni Settanta. Il Maggio ’68 è la liberazione dei corpi: godere senza vincoli, correre senza vincoli. In quel periodo ci si emancipa dalla federazione e le donne iniziano a correre. Gli anni Settanta vedono anche la nascita di gare mitiche come Marvejols-Mende (1973), Marseille-Cassis (1976) e la 20 km di Parigi (1979). È così che questo sport si è sviluppato.
Nel 2024 la Fédération Française d’Athlétisme ha registrato 2,95 milioni di risultati tra corse su strada, trail e cross. Che cosa spinge così tante persone a correre oggi?
Non c’è un solo fattore, ma diversi elementi che convergono. Durante il Covid, correre permetteva di sentirsi esistenti, liberi e vivi nei pochi intervalli di tempo in cui era consentito uscire. Oggi si aggiunge il culto della performance, che attraversa l’intera società. Cerchiamo anche di dare intensità alla nostra vita vivendo esperienze il più possibile memorabili, e la corsa offre proprio questo. E non va dimenticato il bisogno di mettersi in scena in una società dell’immagine. Sono valori che riflettono l’ipermodernità, diventata la forma sociale dominante tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.
Quella data segna la seconda rivoluzione. In che modo ha cambiato la pratica della corsa?
Oggi le persone hanno con il proprio corpo un rapporto più efficiente, più orientato alla performance e più avventuroso. L’ipermodernità ha fatto saltare tutti i codici e ha ampliato gli orizzonti.
Si parla spesso dei social network in relazione a questo bisogno di mettersi in scena. La loro presenza è positiva o negativa per la pratica?
Evito di esprimere giudizi di valore, cerco semplicemente di spiegare. I social network fanno parte delle nostre vite, quindi è del tutto naturale che siano entrati anche nella corsa. Correre non è solo una pratica individuale, ma anche sociale, e i social network hanno contribuito a creare una comunità attorno a questo sport attraverso le applicazioni. Oggi, con Strava, Garmin e gli altri strumenti, ogni runner può mostrare quello che fa. Il simbolo di questa ipermodernità è lo «strava jockey»: per stupire la propria comunità, si paga qualcuno perché compia uno sforzo che non si è in grado di fare. Oggi è importante uscire da questa illusione ipermoderna e cercare nuovi equilibri.
Dopo l’ipermodernità, oggi parla di transmodernità. Quali valori si celano dietro questa parola?
È così: da una decina d’anni, i valori dell’ipermodernità sono messi alla prova da nuove sfide etiche, ambientali e sociali. La transmodernità pone la questione del significato che attribuisci alla tua pratica: è una forma di eco-umanesimo. È il tema del mio nuovo libro «Correre senza limiti: la rivoluzione dell’ultratrail 1990-2025», in uscita alla fine di luglio.
Si parla di 14 milioni di praticanti in Francia, il 25% della popolazione. Eppure il numero dei tesserati è cresciuto solo dell’8% tra il 2023 e il 2024. Perché?
Dalla prima rivoluzione della corsa, negli anni Settanta, a prevalere è la libertà, in sintonia con il movimento spiridoniano, che promuove il piacere dello sforzo e la conquista della propria autonomia. La società sportiva era percepita come un vincolo e le persone desideravano qualcosa di diverso. Oggi i runner cercano forme di socialità più flessibili e aperte. Inoltre, grazie ai social network e alle nuove tecnologie, oggi si può ottenere una prestazione anche senza essere iscritti a una società.
Se l’entusiasmo per la corsa è grande, il prezzo dei pettorali continua a salire. Che cosa vorrebbe dire agli organizzatori?
Vorrei dire loro che un grande evento non è necessariamente un evento affollato. Privilegiate una strategia orientata alla qualità. Se poi volete proporre un evento più sostenibile, dovete lavorare sulla dimensione ambientale, ma anche su quella sociale e territoriale. L’idea è progettare la gara in stretto rapporto con le risorse del territorio, così che tutti possano sentirla propria.
Attraverso lo sguardo lucido di Olivier Bessy, si capisce che la corsa è molto più di un semplice sport: è lo specchio delle epoche che viviamo e delle nostre aspirazioni di libertà, performance, significato e riconnessione. Dai primi passi liberatori del post-’68 alle nuove sfide etiche e ambientali portate dalla transmodernità, correre resta un gesto profondamente umano, sospeso tra introspezione e messa in scena. Ora sta a ciascuno trovare il proprio equilibrio su questa linea di partenza senza fine, dove anche piacere, condivisione e responsabilità possono dettare il ritmo.
Julia Tourneur