William Goodge, un’impresa che divide
L’inglese William Goodge ha appena polverizzato il record della traversata dell’Australia. In soli 34 giorni ha coperto i 3.800 chilometri tra Cottesloe Beach, a Perth, e Bondi Beach, a Sydney. Un’impresa sovrumana portata a termine a una velocità senza precedenti. Troppo? Nella comunità del running sono in molti a sollevare dubbi.
La prestazione: due maratone e mezza al giorno sotto un sole rovente
Dove arriverà l’essere umano? A giudicare dai record e dalle imprese che cadono con regolarità nel mondo della corsa, nessuno può rispondere a questa domanda. La prestazione di William Goodge, che ha battuto il record della traversata dell’Australia, è impressionante: 110 km al giorno per 34 giorni, sotto un sole implacabile e su terreni desertici, quanto di più duro si possa immaginare per il corpo e per la mente. William Goodge ce l’ha fatta, abbassando di 3 giorni il precedente record di Chris Turnbull (2023)! Se non lo conoscete, Goodge è stato modello e giocatore di rugby nella terza divisione britannica (semiprofessionistica), prima di diventare ultramaratoneta. Da ultrarunner ha percorso l’intera lunghezza del Regno Unito e sostiene di essere il britannico più veloce ad aver attraversato gli Stati Uniti (55 giorni). Le sue imprese servono a raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, la malattia che ha colpito sua madre, morta nel 2018. A lei ha dedicato la sua prestazione in Australia. Al termine della sua impresa australiana, a Sydney, ha reso omaggio alla madre Amanda: «era la persona più importante della mia vita». L’inglese, dotato di grande carisma, è seguito da 250.000 persone su Instagram, molti più di numerosi corridori professionisti, e può contare su diversi sponsor conquistati impresa dopo impresa.
Un’impresa… e molti scettici
Il problema è che la grande impresa di William Goodge è oggetto di molte discussioni dal suo arrivo a Sydney il 19 maggio scorso, soprattutto nel suo Paese d’origine. Nella comunità del running si sono levate numerose voci. William Goodge ha corso in media 110 km al giorno a un ritmo di 7 minuti al chilometro e, soprattutto, con una frequenza cardiaca media di 100 battiti al minuto. Eppure la traversata dell’Australia è estremamente impegnativa: oltre il 60% del percorso attraversa zone completamente isolate. Correre 110 km ogni giorno in queste condizioni richiede una condizione fisica da élite, una logistica impeccabile e, soprattutto, trasparenza. È proprio su quest’ultimo punto che la questione si complica. Goodge ha utilizzato un tracker Garmin e condiviso i suoi progressi su Strava, due strumenti richiesti dal Guinness World Records e dal Fastest Known Time (FKT) per omologare un record di questo tipo.
Sono però state rilevate alcune incongruenze che oggi rendono difficile l’accettazione del record: sono stati registrati spostamenti a oltre 80 km/h e la sua frequenza cardiaca media risulta sorprendentemente bassa per giornate di oltre 14 ore in un clima ostile… Esperti come Alex Hutchinson (autore del bestseller Endure: Mind, Body, and the Curiously Elastic Limits of Human Performance) hanno messo in discussione la plausibilità fisiologica della prestazione di Goodge: «Ciò che preoccupa è quando i dati sono incoerenti. A un determinato ritmo dovrebbe corrispondere una specifica frequenza cardiaca per una data persona. Una frequenza cardiaca così bassa su distanze folli non è impossibile, ma è altamente improbabile, soprattutto se si verifica solo quando nessuno guarda». L’ultrarunner Robert Pope ha dichiarato ad aprile a un media britannico, durante la traversata di Goodge, che «la sua frequenza cardiaca non ha senso», precisando però di sperare che i record di Goodge siano autentici. Se la prestazione di William Goodge suscita così tanto scetticismo, è perché riporta alla memoria alcuni precedenti poco edificanti…
Il precedente di Robert Young
L’ultrarunning ha già conosciuto i suoi impostori. Nel 2016 il britannico Robert Young era stato colto in flagrante mentre barava durante la sua traversata degli Stati Uniti: utilizzava regolarmente un camper. Young aveva poi abbandonato il tentativo, adducendo come motivo una frattura all’alluce. La comunità del running «vigila» sulle nuove imprese: nel caso Young era intervenuto persino il leggendario direttore della Barkley, Lazarus Lake. Non si può mettere in discussione l’autenticità di uno sport tanto rispettato da chi lo pratica. Il problema, per Goodge, è che molti elementi ricordano quella storia di frode: frequenza cardiaca anormalmente bassa, tracce GPS erratiche e assenza di testimoni indipendenti per gran parte del percorso. William Goodge si è giustificato a volte in modo strano, soprattutto per un corridore che sembra apprezzare la notorietà.
Il 15 maggio, al trentesimo giorno della sua corsa, ha chiesto di non essere seguito: «mentalmente è troppo per me. Devo finire da solo». Già nel 2023, durante la traversata degli Stati Uniti, William Goodge aveva avuto problemi con un uomo che voleva vedere da vicino ciò che stava accadendo. Lo scienziato Will Cockerell si era visto lanciare pietre contro la propria auto dal team di Goodge… Elementi che gettano ombre sulla sua prestazione australiana, senza però screditarla del tutto. Il beneficio del dubbio. Anche perché è difficile immaginare che un uomo che corre in memoria della madre e a sostegno della lotta contro il cancro possa barare.
L’era dei social, il fine giustifica i mezzi?
Questa spiacevole controversia, avremmo preferito celebrare semplicemente la sua impresa, porta con sé molti sintomi della nostra epoca: la centralità dei social network, la gelosia tra «influencer» e corridori professionisti e fenomeni purtroppo connaturati ai social. William Goodge è carismatico, performante e trascina con sé una comunità enorme di fan. Ingredienti perfetti per alimentare una certa gelosia. Ma, considerando la pressione esercitata dal suo «status» di influencer sul pubblico e sugli sponsor, esiste anche la possibilità che abbia barato. Possiamo essere certi che William Goodge metta l’autenticità delle sue imprese davanti ai propri obiettivi personali? Il fine, cioè gli sponsor, il denaro raccolto per la lotta contro il cancro, il mantenimento della comunità che oggi gli permette di vivere, l’ego… non finisce forse per giustificare i mezzi?
Sono tutte domande che viene voglia di lasciare in sospeso, in un’epoca attraversata da simili interrogativi.