Il mito della birra dopo la maratona
La aspetti con impazienza. Poi la assapori con gusto. Come una ricompensa suprema, una dose impareggiabile di conforto. La birra condivisa al traguardo di una maratona disseta e regala un piacere immenso. Si dice che favorisca il recupero. Ma è davvero così? O quella schiuma post-arrivo è piuttosto una falsa amica da cui sarebbe meglio guardarsi?
«Sulle labbra già quell’oro spumeggiante, freschezza amplificata dalla schiuma, poi lentamente sul palato una felicità attenuata dall’amarezza. (…) Il benessere immediato scandito da un sospiro, da uno schiocco della lingua o da un silenzio che vale altrettanto. La sensazione ingannevole di un piacere che si apre all’infinito.» Philippe Delerm descrive alla perfezione quel primo sorso di birra che a volte si sogna durante la gara e che si desidera con impazienza appena tagliato il traguardo. Per il fondista la birra ha una dimensione magica: incarna allo stesso tempo la fine della fatica e la ricompensa post-gara, il conforto e la totale assenza di sensi di colpa. Chi si sente in colpa mentre sorseggia una birretta dopo aver corso per oltre 40 chilometri a tutta? La birra è uno dei punti in comune tra molte discipline sportive, compagna immancabile del terzo tempo e dei dopo-gara tra amici. La leggenda vuole persino che questa bevanda a base di luppolo favorisca il recupero… Ma birra e sport sono davvero compatibili?
Una schiuma per recuperare… davvero?
Per capire bene di cosa stiamo parlando, bisogna risalire alla produzione della birra, molto prima del suo spettacolare arrivo nel bicchiere. Per produrla servono diversi ingredienti: acqua, malto (ottenuto dai cereali, spesso orzo, frumento o segale), luppolo e lieviti (per la fermentazione alcolica). Sorvoliamo sugli eventuali additivi utilizzati da alcuni produttori, che hanno ben poco a che vedere con la vera birra artigianale difesa dai puristi. Una volta riuniti tutti i componenti, si procede in 5 fasi:
L’ammostamento dei cereali immersi nell’acqua calda, che trasforma l’amido dei chicchi in zucchero, seguito dall’aggiunta del luppolo al mosto;
La fermentazione in tino, con i lieviti che trasformano lo zucchero in alcol e anidride carbonica
La maturazione nei tini di deposito per affinare la birra
La filtrazione per ottenere un liquido «puro»
Il confezionamento in bottiglie, lattine o fusti
È quindi evidente che la birra contiene soprattutto carboidrati, più precisamente maltosio. Dopo uno sforzo fisico, la ricostituzione delle scorte di glicogeno è indispensabile, perché l’attività fisica le ha consumate. Un punto a favore della birra!
Essendo ottenuta dai cereali, la birra contiene alcune vitamine e minerali: B6, B12, magnesio, potassio e aminoacidi. Ma questi elementi, importanti nella fase di recupero post-sforzo, sono presenti solo in quantità molto limitate e, naturalmente, si trovano facilmente in molti altri alimenti. È un po’ come chi giustifica il consumo di vino sostenendo che contiene polifenoli e contribuisce alla salute cardiovascolare… Alla birra assegniamo quindi mezzo punto (senza giochi di parole), giusto per riconoscerle qualche virtù.
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L’alcol, un falso amico
Per quanto sia gustosa e il primo sorso dopo la gara sembri divino, la birra resta prima di tutto una bevanda alcolica. Le nostre società considerano l’alcol una componente irrinunciabile della festa e della convivialità, e chi beve soft drink viene spesso guardato storto. Eppure sarebbe il caso di cambiare mentalità, soprattutto nella comunità sportiva, perché l’alcol è tutt’altro che amico dell’atleta.
Contrariamente a quanto si pensa, la birra disidrata. Il fatto che sia prodotta con l’acqua non significa che soddisfi le esigenze di chi ha appena sudato per ore! Più in generale, l’alcol disidrata perché agisce sull’ormone antidiuretico, la vasopressina, che blocca il riassorbimento dell’acqua a livello renale e accelera la diuresi. Inoltre, il luppolo stimola la funzione renale, aumentando ulteriormente la produzione e l’eliminazione di urina. Chi non ha mai notato quanto siano abbondanti e chiare le urine dopo aver bevuto una birra? L’alcol viene poi smaltito dal fegato, già messo a dura prova dallo sforzo intenso. Durante la gara, i muscoli producono scorie che il fegato deve gestire, oltre a svolgere il suo ruolo nel mantenimento della glicemia. Inutile dire che quest’organo non se la passa bene durante una maratona, tanto più che il sangue viene convogliato soprattutto verso i muscoli. Dopo lo sforzo, il fegato merita quindi tutte le attenzioni, e di certo una dose di alcol non lo aiuterà!
Infine, la componente gassata della birra può disturbare l’apparato digerente, già sottoposto a notevole stress dallo sforzo di endurance, durante il quale l’organismo ha dovuto affrontare disidratazione, un’alimentazione insolita (in particolare prodotti energetici molto concentrati) e le vibrazioni provocate dai ripetuti impatti con il terreno. E allora perché si consigliano le acque frizzanti durante il recupero? Spesso sono interessanti perché molto mineralizzate, contribuendo a ricostituire le scorte dopo lo sforzo fisico. Non è tanto l’anidride carbonica quanto la loro composizione minerale a favorire il recupero post-attività. Insomma, le bollicine della birra non aiutano a recuperare!
La birra amica del maratoneta è quindi un mito duro a morire, proprio come i piedi temprati di un fondista. Al di là del piacere immediato che regala, non è certo consigliabile dopo uno sforzo fisico. Un’alternativa consiste nello scegliere una birra analcolica (meno dell’1,2%), capace di offrire la stessa soddisfazione della «vera» birra senza i suoi inconvenienti. E se riuscite a rinunciare alla schiuma al traguardo, scegliete piuttosto una vecchia, buona bottiglia d’acqua: per dissetarsi e reidratarsi non si è ancora trovato niente di meglio!