Il gravel running, la nuova via di fuga del runner urbano?
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Il gravel running, la nuova via di fuga del runner urbano?

Dorian Vuillet
Da Dorian Vuillet

Pubblicato il gio 10 settembre 2026

Aggiornato il gio 10 settembre 2026

Asfalto saturo, gare tutte uguali… il runner urbano trova una via d’uscita sui sentieri sterrati, a 20 minuti dalla tangenziale. Un fenomeno destinato a durare, che dice molto del nostro rapporto con la città e con la performance.

Da anni ci vendono il running urbano come una filosofia di vita. Alzarsi presto, domare la città, macinare chilometri tra un semaforo rosso e una pista ciclabile invasa dai monopattini. E ha funzionato: il running francese non ha mai avuto così tanti praticanti. Ma qualcosa è cambiato. Secondo il Barometro RunMotion 2025, la spesa media annuale dei runner è ormai arrivata a 1.120 euro, il 12% in più rispetto al 2024, e una buona parte di quei soldi non finisce più in scarpe da strada. Va a finire in suole capaci di mordere la terra. Nel gravel running.

Il fenomeno non è nato ieri. Ma nel 2025 ha fatto chiaramente un salto di qualità. Oggi il 50% dei runner pratica sia la strada sia il trail, e il passaggio dall’uno all’altro è sempre più naturale. Tra i due si è aperta una zona grigia, né davvero trail né davvero strada. Uno spazio di libertà che ormai chiamiamo GRVL e che assomiglia molto a una risposta collettiva alla saturazione dell’asfalto.

Né trail né strada: semplicemente qualcosa di diverso

Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna prima sfatare qualche luogo comune. Il gravel running mette d’accordo due mondi che sembravano opposti: la fluidità della corsa su strada e la varietà dei terreni naturali. Non parliamo di trail tecnici, dislivelli interminabili o rampe cosparse di pietre. Il gravel running si svolge su sterrati relativamente compatti e pendenze moderate, tra strade forestali, vie agricole e greenway, dove la falcata resta efficace senza costringere il ginocchio a lamentarsi per tutta la sera.

David Jou, fisioterapista e cofondatore di Motiv NY, ha riassunto perfettamente questo approccio su Salomon : « Essendo un cittadino che si allena soprattutto su strada e un ultra runner che preferisce la tecnicità dei terreni del nord dello Stato di New York, il gravel running mi offre la versatilità che cerco da sempre. È una disciplina interessante ed efficace, che permette di variare i piaceri della corsa e inserire la natura nella mia routine sportiva urbana, senza contare i benefici per le articolazioni. » Questo è esattamente il profilo del gravel runner. Non necessariamente qualcuno che vuole portare a termine l’UTMB. Più semplicemente, qualcuno che vuole togliersi dal marciapiede.

La natura a portata di treno

Uno degli argomenti più forti a favore del gravel running è la sua accessibilità geografica. Dove il trail richiede un’auto, un weekend libero e un paio di bastoncini, il gravel running si pratica in mezzo alla natura, lontano dalla folla e dallo stress del traffico urbano: una forma di riconnessione con l’ambiente, a un ritmo umano. Strumenti come Komoot, OpenRunner o AllTrails permettono di individuare in pochi minuti i sentieri che cominciano dove finisce l’asfalto e, spesso, sono più vicini di quanto si immagini.
Correre su uno sterrato, seguire un fiume, attraversare un bosco… sono momenti che regalano una vera pausa mentale, lontano dallo stress urbano e dal rumore del traffico. Il gravel running permette di ricaricare le batterie mentre si consuma energia. Non è un dettaglio da poco. In un contesto in cui aumentano gli studi sul benessere mentale dei runner, l’effetto della natura sul cortisolo non è più da dimostrare. Correre senza guardare i semafori, senza doversi scansare per una bicicletta lanciata contromano, senza respirare i gas di scarico: ne beneficia anche il cervello.

La ricerca di un contatto con la natura trova conferma nei numeri. Secondo il Barometro nazionale delle pratiche sportive 2025 del CREDOC, camminata e corsa sono le attività più praticate: il 32% delle persone dichiara di correre almeno una volta alla settimana. E una parte consistente di queste uscite cerca ormai di allontanarsi dall’asfalto.

La cosa bella è che puoi correre con queste scarpe e poi andare a bere qualcosa senza sembrare un idiota

Un designer Salomon

Salomon aveva fiutato il cambiamento molto prima degli altri

I brand non hanno aspettato che il fenomeno diventasse mainstream per muoversi. Salomon, in particolare, ha puntato forte. Già nella stagione autunno-inverno 2024-2025, il marchio di Annecy presentava il concept GRVL, una linea di scarpe pensata per il gravel running, che unisce l’ammortizzazione e il ritorno elastico delle scarpe da running su strada a un grip aggiuntivo ispirato agli pneumatici da gravel bike. L’idea dietro la suola? Esattamente quella del ciclista che percorre uno sterrato sassoso: mordere il terreno senza sacrificare la velocità su strada.

All’inizio del 2025 Salomon presentava l’Aero Glide 3 GRVL, rapidamente eletta riferimento del gravel running 2025, grazie a un equilibrio ben calibrato tra ammortizzazione, dinamismo e robustezza. L’Aero Glide 3 GRVL pesa appena 275 grammi e presenta un’intersuola dallo stack generoso, 40 mm al tallone e 32 mm all’avampiede, costruita con la schiuma Energy Foam Evo. La sorella minore, l’Aero Blaze 3 GRVL, spinge ancora più in là il livello di reattività. E il percorso non si ferma qui: la collezione primavera-estate 2026 porta il concept ancora oltre, con un’impronta più fashion-forward e l’ampliamento della gamma a capi d’abbigliamento e a un gilet da running.

Come ha spiegato un designer del marchio a Field Mag: « Il gravel è un’opportunità unica per riportare lo spirito outdoor nelle città. I runner vogliono scoprire la natura a due passi da casa. » E aggiunge, con una franchezza disarmante: « La cosa bella è che puoi correre con queste scarpe e poi andare a bere qualcosa senza sembrare un idiota ».

Art Basel, gli Champs-Élysées e gli sterrati

Ma Salomon non si è limitata a lanciare delle scarpe. Nell’ottobre 2025 il marchio ha compiuto un gesto culturale importante. Dal 24 al 26 ottobre, Salomon faceva il suo debutto ad Art Basel Paris con « Sensorial Terrains », un’inedita opera immersiva realizzata in collaborazione con lo studio PAVILLON NOIR e l’artista visivo Theo Tagholm, presentata nel cuore del Grand Palais. Il flagship store sugli Champs-Élysées si trasformava in una galleria d’arte temporanea con due installazioni a ingresso libero, mentre dal negozio partivano community run.

Il messaggio era chiaro: « GRAVEL RUNNING is as much culture as practice: fluid, intentional, curious, and shaped by experience rather than competition. » In altre parole, il marchio non vende più soltanto una scarpa. Vende un modo di vivere la città uscendo dai suoi percorsi abituali, ma anche di viverla in modo diverso. Salomon collocava così deliberatamente il gravel nella cultura generale, non soltanto nel mondo del running orientato alla performance.

Abbiamo visto anche Salomon organizzare a Lione un Gravel Art Run, una corsa senza pressione, una passeggiata in città, un’immersione artistica. Semplicemente la voglia di correre in modo diverso. E il marchio si è associato a MEC Vancouver per lanciare community run dedicate ai suoi nuovi modelli. La strategia è coerente: trasformare il gravel running in un movimento prima ancora che in un mercato.

© Salomon

E ai piedi, come si comportano?

Sul terreno, l’esperienza del gravel running mette d’accordo chiunque l’abbia provata. Superfici miste, ammortizzazione naturale, articolazioni più protette, poca attrezzatura, pochi vincoli, partenza facile da casa: una ricetta che conquista tanto i runner esperti in cerca di varietà quanto i principianti che non sanno ancora come mettere piede fuori dall’asfalto.

Un tester di Believe in the Run ha descritto l’Aero Glide 3 GRVL come la sua scarpa preferita del 2025 in assoluto, non solo nella sua categoria, ma anche come modello da allenamento quotidiano su strada. Un giudizio del genere dice tutto: una scarpa da gravel ben progettata non è un compromesso. È migliore dell’asfalto puro, perché offre qualcosa in più e, sullo sterrato, resta all’altezza senza perdere fluidità.

Il running urbano alla ricerca di un senso

Sarebbe troppo semplice ridurre il gravel running a un capriccio ben confezionato dai produttori di attrezzatura. Dietro la tendenza c’è qualcosa di più profondo: una vera ridefinizione di cosa significhi correre in città. La comunità che si sta formando attorno a questa pratica condivide uno stesso stato d’animo: curiosità, voglia di esplorare, piacere dell’uscita in sé, prima ancora della performance.

Forse la vera rottura è proprio qui. Non l’abbandono dell’asfalto, non ancora, ma il rifiuto della logica della performance pura che per lungo tempo ha dominato il running urbano. Il cronometro, il segmento Strava, la corsa in piano sul grande viale per andare forte. Il gravel running racconta un’altra storia: il percorso conta quanto il ritmo. Fermarsi a guardare un campo è anch’esso running. Un’uscita non deve essere « ottimizzata » per avere valore. In un’epoca in cui corriamo guardando l’orologio, correre su uno sterrato è quasi un atto di resistenza. E, a quanto pare, sempre più persone hanno voglia di resistere.

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