Gregory David: «La corsa mi ha salvato la vita»
Gregory David aveva 20 anni quando ha scoperto di convivere con una dilatazione dell’aorta. Una minaccia invisibile, presente da sempre, emersa dopo l’ictus del padre nel 2013. Per sopravvivere, il montpellerino ha dovuto affrontare un intervento molto complesso, con il cuore fermo per oltre cinque ore. Il suo destino non è sempre stato favorevole, ma ha saputo trasformarlo in una forza.
Gregory, «Greg» per gli amici, oggi ha 32 anni e sta bene. Ma gli ultimi dieci anni della sua vita sono stati tutt’altro che semplici. Quando aveva appena 20 anni, suo padre fu colpito da un ictus. Dopo quell’episodio vennero effettuati alcuni test genetici, che rivelarono che Greg e uno degli zii erano affetti da una patologia cardiaca, più precisamente da una dilatazione dell’aorta. Per Greg fu un colpo difficile da incassare: fino a quel momento non aveva mai avuto il minimo sospetto di essere portatore di quella malformazione. Non aveva mai avvertito disturbi né dolore. Nonostante l’assenza di segnali premonitori, le indicazioni erano categoriche: niente più sport, nessuno sforzo in grado di accelerare il battito e una terapia per rallentare la frequenza cardiaca. L’obiettivo era evitare qualsiasi pressione eccessiva sull’aorta. Greg accettò di dover prestare attenzione, ma per lui fu comunque difficile immaginare di smettere all’improvviso con lo sport. Ricorda: «È stato un colpo morale non poter più sfogarmi. La situazione era complicata: non sentivo nulla, ma non potevo fare sport». L’unica soluzione possibile sembrava l’intervento. Ma in quel momento la dilatazione dell’aorta era minima e quindi non operabile.
Una vita a cuore aperto
Per dieci anni ha convissuto con questa limitazione e con un’ aorta dilatata fino a 44 millimetri. Ogni sei mesi si sottoponeva agli esami di controllo. Non c’erano sviluppi critici, ma l’incertezza restava sullo sfondo. «Ci pensavo ogni giorno. Vivevo con una spada di Damocle sulla testa». Solo nel 2023, dopo dieci anni, fu possibile prendere in considerazione l’intervento, perché la dilatazione dell’aorta aveva raggiunto i 53 millimetri. Era la soglia necessaria per poter essere operato. Il percorso fu lungo, tra diversi pareri medici e indicazioni a volte contrastanti. Alcuni specialisti suggerivano ancora di aspettare. Greg, invece, sentiva che era arrivato il momento di agire. «Volevo andare avanti. Non volevo più restare in mezzo al guado. Poi, con il mio chirurgo di Montpellier, abbiamo capito di essere pronti e tutto si è incastrato». L’intervento venne programmato per il 27 novembre 2023. Greg lo affrontò con consapevolezza, senza drammatizzare ma con lucidità: «Ero pronto. Sapevo che era necessario, ne avevo bisogno per voltare pagina». Nonostante la sua sicurezza e la fiducia nei medici, è importante ricordare che si trattava di un intervento molto delicato. Greg avrebbe potuto non sopravvivere o andare incontro a complicazioni gravissime.
Fortunatamente l’operazione si svolse senza problemi e non ci furono complicazioni. Tuttavia, risvegliarsi dopo un intervento durante il quale il cuore è rimasto fermo per cinque ore è come nascere una seconda volta. Per Greg, il 27 novembre è la sua nuova data di nascita. Ricorda: «All’inizio non mi rendevo conto di nulla: ero intubato, collegato a ogni tipo di apparecchio e legato al letto. Ho iniziato a svegliarmi, ma non sapevo da cosa mi stessi svegliando, non riuscivo nemmeno ad aprire gli occhi. Poi ho sentito la mia compagna e mio fratello che mi parlavano. La mia compagna mi ha detto: “Va tutto bene, è andato tutto bene, non ci sono state complicazioni.” La prima cosa che ho pensato dopo averlo sentito è stata: “Sono vivo”.»
La corsa, quasi per caso
Nascere una seconda volta a 30 anni non è cosa da tutti i giorni. Greg, però, ha scelto di guardare al lato positivo e non cambierebbe nulla, se potesse tornare indietro. Perché oggi ha una mente d’acciaio e soprattutto ha scoperto una passione completamente nuova: la corsa. Eppure, all’inizio, nulla era scontato. Dopo l’intervento la ripresa fu lenta. Nei primi giorni non riusciva nemmeno ad alzarsi. Ci volle quasi una settimana prima che potesse camminare: «La prima volta che mi hanno fatto alzare ho percorso quindici metri nel corridoio dell’ospedale e sono crollato». Ricorda anche un momento significativo, durante la prima seduta con la fisioterapista. Gli chiese di fare un esercizio di respirazione con una bottiglia e una cannuccia: doveva soffiare per formare delle bolle e resistere il più a lungo possibile. Raccontata così, sembra una cosa semplice, ma Greg resistette quattro secondi. Quei quattro secondi gli sono rimasti impressi. Fu grazie a loro che capì quanta strada gli restava da fare. «Sapevo che il personale sanitario aveva fatto il suo lavoro e che adesso toccava a me dare tutto per stare meglio.»
Greg racconta: «Nel centro di riabilitazione mi hanno rimesso gradualmente in movimento: cyclette e camminata sul tapis roulant. Aumentavamo il ritmo poco alla volta. Ma per tre mesi non ho potuto correre. Durante l’intervento mi hanno aperto tutto lo sterno e ci vuole tempo perché si consolidi». Dopo tre mesi, finalmente, Greg poté tornare a correre. «All’inizio non lo facevo per piacere. Volevo solo recuperare il fiato e poter tornare a fare kitesurf. Correvo senza divertirmi». Eppure, senza rendersene conto, qualcosa cambiò. Il gesto si ripeteva. La resistenza tornava. Il respiro si faceva più ampio. La mente si svuotava. Poco alla volta iniziò ad appassionarsi. «È successo così. All’inizio ho tenuto duro perché era difficile: a 30 anni avevo perso metà del fiato. Ma devo ammettere che, col tempo, mi è piaciuto».
«Oggi non ho problemi a dirlo: la corsa mi ha salvato la vita.» Sa apprezzare il semplice fatto di poter correre, di sentirsi vivo e senza paura. «Provo pena per le persone che escono da un intervento a cuore aperto e non amano lo sport. Per me è stato fondamentale. Anche solo quindici minuti mi liberavano la testa».
«Oggi non ho problemi a dirlo: la corsa mi ha salvato la vita.»
Da quel giorno il percorso compiuto è incredibile. Appena quattro mesi dopo l’intervento Greg ha partecipato alla sua prima gara: i 5 km di Montpellier. L’ha conclusa, non senza fatica, ma ce l’ha fatta. Ha scoperto la sensazione unica di indossare un pettorale e ricevere il tifo di persone sconosciute. Quel primo pettorale è stata la prima parola di una bella storia che continua a scrivere ogni giorno. Ormai corre abitualmente 10 km al giorno, per mantenersi in forma e prendersi cura di quel cuore che ha bisogno di battere forte.
A 32 anni Greg ha già vissuto grandi avventure. Ma il suo percorso, la sua rinascita, come la definisce lui, gli ricorda continuamente la fortuna di essere vivo. Deve tutto alla sua determinazione, ma anche alla famiglia e all’équipe sanitaria che lo ha seguito: «Volevo dirlo con chiarezza: ho incontrato infermieri e operatori sanitari che hanno fatto un lavoro incredibile e mi hanno permesso di arrivare fin qui. Ma il mio motore sono stati la mia famiglia, le persone care e la mia compagna. Non è stato facile nemmeno per loro e mi hanno sempre incoraggiato.»
Ora che può guardare al futuro senza temere per la propria salute, Greg vuole prendersi la rivincita sull’intervento. Come? Partecipando a una gara da 100 km nel 2026. Vuole continuare a vivere intensamente, tra sport e nuove sfide. Non è però un sognatore sprovveduto e non vuole bruciare le tappe: «Per i 100 km non ho una data precisa, non voglio bruciare le tappe. Voglio arrivarci pronto e soprattutto divertirmi. Il prossimo passo sarebbe correre una gara da 30 km, poi una da 40 e così via. Farlo nel 2026 sarebbe fantastico, ma non è un obbligo.»
Prima del 2026, però, ci sono già progetti importanti in cantiere: Greg sarà al via della mitica SainteLyon. Parteciperà alla SaintExpress, il percorso da 45 km. E, come in un curioso scherzo del destino, la gara si correrà il 29 novembre 2025, esattamente due anni e due giorni dopo il suo intervento. La storia di Greg ricorda bene che la resilienza spesso si costruisce un passo alla volta…
➜ Instagram: @greg_davidd
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