Olimpiadi di Berlino 1936: la maratona della resistenza
Lo sport ha sempre rispecchiato le tensioni del proprio tempo. Usato come arma politica, tra campagne e propaganda, o come simbolo di ribellione, il marathon è stato spesso al servizio di grandi cause. Le Olimpiadi di Berlino 1936 si svolsero in un contesto politico tutt’altro che ordinario.
È il 1936, tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Hitler, cancelliere tedesco da tre anni, cerca in ogni modo di mettere in luce la propria ideologia. Cinque anni prima, Berlino era stata scelta come città ospitante dei Giochi olimpici del 1936, quando la Repubblica di Weimar, il regime politico in vigore in Germania dal 1918 al 1933, era ancora al potere. Ma il regime nazista, insediatosi nel 1933, vede nell’evento un’occasione di propaganda. La situazione è, a dir poco, controversa.
I «Giochi della vergogna»
È etico che un evento culturale e sportivo dal forte impatto sociale ed economico internazionale, che dovrebbe trasmettere valori come la pace e l’accettazione dell’altro, si svolga in un Paese guidato da un dittatore? All’epoca alcuni Paesi si opposero e scelsero di boicottare l’evento organizzando i propri Giochi a Barcellona. Il progetto, chiamato «Olimpiadi popolari» e sostenuto da 34 nazioni, naufragò però nel contesto della guerra civile spagnola. Adolf Hitler poté così preparare la propria vetrina per mettere in scena quei Giochi olimpici. Le Olimpiadi di Berlino 1936 sono ancora oggi ricordate come i «Giochi della vergogna».
La mattina del 1° agosto 1936, 49 nazioni e 129 discipline sfilano nello stadio olimpico di Berlino davanti a quasi 100.000 spettatori. L’atmosfera è ambigua. Tra spettacoli grandiosi, fanfare, dimostrazioni militari e il discorso conclusivo di Adolf Hitler, si riconoscono tutti gli ingredienti di una scena di propaganda, capace di riflettere le oscure convinzioni del cancelliere. La cerimonia d’apertura è infatti simbolica sotto molti aspetti e veicola un messaggio preciso. Gli atleti ebrei della delegazione tedesca sono stati esclusi, mentre i valori di inclusione dell’olimpismo sono ridotti a una messinscena. La razza ariana viene esaltata come superiore e destinata a essere la grande vincitrice di quelle Olimpiadi di Berlino 1936.
Sebbene il Paese ospitante conquisti complessivamente 89 medaglie, chiudendo al primo posto nel medagliere, per Hitler non è una vittoria senza ombre. Due uomini, loro malgrado, finiranno infatti per smentire il culto della gioventù hitleriana. Diventeranno simboli di speranza: una speranza ardente come la fiamma olimpica, ma nascosta dall’ombra del totalitarismo.
Jesse Owens: la risposta folgorante alle teorie razziste
È soprattutto nelle gare di atletica che questi atleti riescono a esprimere le proprie convinzioni e la volontà di combattere l’oppressione politica. Se la storia dello sport ne ha conservato il nome, anche Hitler non poté ignorarlo. Parliamo di James Cleveland Owens, detto Jesse Owens. L’atleta afroamericano, vincitore di quattro medaglie d’oro, diventa il simbolo della lotta contro le teorie razziali della Germania nazista, che si prepara alla guerra. Vince i 100 metri in 10,3 secondi, i 200 metri in 20,7, il salto in lungo con 8,06 metri e la staffetta 4 x 100 metri, stabilendo il record mondiale in 39,8 secondi. Owens precede ogni concorrente tedesco nelle gare a cui prende parte.
Le sue imprese, applaudite dai circa 100.000 spettatori delle Olimpiadi di Berlino 1936, lasciano invece impassibili gli ufficiali tedeschi e lo stesso cancelliere. Oggi vengono celebrate, nonostante il ritorno in patria dell’atleta sia stato seguito da aggressioni razziste e da una vita segnata dalla segregazione, ancora in vigore negli Stati Uniti. Owens difende comunque lo sport come strumento di unità e mezzo per superare le barriere sociali e politiche.
Ki-Jung: maratoneta e resistente, nell’ombra del colonialismo
Ma durante quei Giochi lascia il segno anche un altro atleta: Sohn Kitei. Il suo vero nome coreano è «Ki-Jung» ed è una figura di primo piano della maratona del XX secolo. In più occasioni incarna la resilienza di fronte all’ingiustizia. Fino al 1945, la Corea subisce una progressiva oppressione economica e politica. L’invasione giapponese della Corea è ancora oggi una fonte di tensione tra i due Paesi. Il trionfo di Sohn Ki-Jung nella gara regina delle Olimpiadi di Berlino 1936 diventa però un simbolo di resistenza per il popolo coreano e una speranza per gli oppositori del dittatore del Grande Reich, desiderosi di trarre ispirazione da quel gesto di coraggio. L’atleta, originario della Corea, è costretto a gareggiare sotto la bandiera giapponese in un contesto coloniale. Contro ogni pronostico, Ki-Jung vince la maratona, stabilendo il nuovo record olimpico in 2h29’19”.
Durante la cerimonia di premiazione, l’olimpionico «festeggia» a capo chino e in silenzio. Nasconde il pettorale con la bandiera giapponese dietro un giovane albero di quercia ricevuto in dono, simbolo di forza e longevità, una coincidenza destinata ad assumere un significato profondo. Inoltre, davanti ai giornalisti internazionali presenti, si dichiara coreano e non giapponese, mostrando al mondo intero la propria opposizione all’occupazione nipponica. Il connazionale Nam Sung-yong, arrivato terzo, dichiarerà in seguito di aver invidiato il triste vincitore non per il piazzamento, ma per il coraggio con cui aveva rivendicato la propria libertà e identità oppressa. Dopo la vittoria e quei pochi gesti di resistenza, la vita del campione olimpico è segnata dalla sorveglianza costante del governo giapponese. Tanto basta perché il popolo coreano ritrovi la speranza in un futuro prospero per la propria comunità.
Un simbolo universale di resilienza
Oltre i confini nazionali, Ki-Jung contribuisce attivamente all’eccellenza dello sport internazionale. Dopo l’indipendenza della Corea, il maratoneta continua a promuovere l’atletica e diventa allenatore della nazionale, formando atleti di alto livello in vista dei Giochi olimpici. Due dei suoi allievi, Suh Yun-bok e Ham Kee-yong, vincono persino la Maratona di Boston rispettivamente nel 1947 e nel 1950, mentre Hwang Young-cho conquista l’oro ai Giochi olimpici del 1992. Molti anni più tardi, nel 2013, anche la Maratona di Boston vive un evento tragico: due esplosioni criminali risuonano sul traguardo, segnando profondamente la storia di questa gara leggendaria. Come Sohn Ki-Jung nel 1936, i maratoneti di Boston dimostrano, nonostante il terrore, resilienza e unità di fronte alle avversità.
Tutti questi eventi ricordano che la maratona è molto più di una semplice prova fisica: è il limite estremo delle ideologie dell’Uomo, il luogo in cui si confrontano la volontà di libertà e l’autoritarismo.
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