Se le scarpe con piastra in carbonio permettono di correre sempre più forte sull’asfalto, le chiodate da pista e da cross progrediscono più lentamente e in modo meno visibile.
Le «supershoes» da strada hanno rivoluzionato i tempi in modo spettacolare, come dimostra il recente record mondiale sulla maratona in 1h59’30 di Sebastian Sawe. Le chiodate da pista seguono un’evoluzione diversa, frenata da limiti regolamentari, tecnici e biomeccanici. Mentre le scarpe da running si sono diffuse in massa e hanno invaso il mercato a prezzi sempre più elevati, le chiodate da atletica restano riservate alla performance, se non all’élite, con un’offerta molto più limitata.
L’avvento delle supershoes
All’inizio del 2016 Nike provocò un terremoto nel mondo della corsa con la Vaporfly 4% durante i trial statunitensi per i Giochi di Rio. Messa in commercio un anno più tardi, dopo essere comparsa sui podi internazionali, la scarpa divenne rapidamente un oggetto del desiderio. Prodotto in quantità limitata, il modello era difficile da trovare. Alcuni atleti sotto contratto con altri marchi arrivavano a coprire il baffo con nastro adesivo nero per poterla indossare, convinti che rinunciarvi significasse partire svantaggiati. La Vaporfly 4% rappresenta il primo modello della nuova generazione, quello che ha davvero aperto l’era delle «supershoes».
In breve tempo gli altri marchi hanno risposto: Adidas Evo, Adios Pro 4, Asics Metaspeed, Hoka Cielo, Puma Deviate Nitro Elite 4… Intorno alla scarpa più performante, leggera e reattiva si è scatenata una concorrenza feroce.
Il principio si basa sull’abbinamento tra una piastra rigida e schiume in PEBA molto leggere, capaci di offrire un importante ritorno di energia. Nike stimava il guadagno nel 4%, da cui il nome Vaporfly 4%. I più grandi atleti del marchio hanno inanellato prestazioni di rilievo, come Eliud Kipchoge, che nel 2018 a Berlino aveva migliorato di 1’18 il record mondiale della maratona. L’anno successivo il keniano è addirittura sceso sotto le due ore, correndo in 1h59’40 durante il progetto Breaking2 a Vienna, in condizioni non omologate.
Ruoli diversi
Le suole minimaliste hanno così lasciato spazio a modelli dall’altezza dell’intersuola impressionante, quasi ostentata. Su una superficie dura come l’asfalto, dove gli impatti si ripetono per decine di chilometri, le schiume moderne svolgono un ruolo fondamentale nel ridurre la fatica muscolare. È finito il regno delle Nike Streak o delle Adidas Adizero Boston 6 pre-2016, con suole molto vicine al terreno che a volte lasciavano i polpacci doloranti per diversi giorni. Le supershoes migliorano non solo la prestazione, ma anche il recupero.
In maratona, il vero vantaggio deriva soprattutto dalla capacità di mantenere più a lungo una falcata efficiente. L’economia di corsa diventa fondamentale dopo diverse decine di chilometri, contribuendo a spostare i limiti umani fino alla mitica barriera delle due ore. Le supershoes hanno modificato anche il modo di affrontare la fatica. Oggi i runner osano partire più forte, con la stanchezza che arriva più tardi e sensazioni di corsa migliori.
Le chiodate, un’evoluzione più discreta
L’esplosione del running e delle gare su strada è sotto gli occhi di tutti. Pista e cross, però, non suscitano un entusiasmo popolare paragonabile. Le chiodate erano già concepite come strumenti altamente specializzati per la performance, molto prima dell’arrivo delle supershoes. A differenza della strada, la pista partiva da una base tecnologica meno arretrata.
I tempi di sforzo sono più brevi, le sollecitazioni meccaniche diverse e la resa conta più dell’economia di corsa. Il tartan della pista è già più dinamico e ammortizzante dell’asfalto, riducendo l’interesse per schiume molto spesse. In pista, soprattutto sulle distanze più brevi, forza e reattività sull’appoggio sono prioritarie rispetto alla riduzione della fatica muscolare resa possibile dalle supershoes.
Anche sul piano visivo la rivoluzione è meno spettacolare. Le supershoes sono diventate immediatamente riconoscibili grazie alle loro suole massicce, mentre le chiodate moderne restano molto più discrete nonostante i progressi tecnici.
Anche in questo caso Nike ha avuto un ruolo pionieristico con Dragonfly, Victory e Maxfly, lanciate nel 2020. Più reattivi e confortevoli, alcuni modelli utilizzano piastre composite, altri strutture molto rigide abbinate alla schiuma ZoomX, morbida e dinamica. Le geometrie diventano più aggressive, con profili rocker che rendono più fluida la rullata e ottimizzano la spinta.
Un’evoluzione più limitata
La Dragonfly, diventata un riferimento nel mezzofondo, si è poi evoluta con diverse nuove versioni negli anni, tra cui la Dragonfly Elite 2 nel 2025, ancora più rigida e performante. Adidas, New Balance, Asics, Hoka e On hanno quindi sviluppato i propri modelli per rispondere a questa nuova generazione di chiodate.
La Dragonfly è arrivata comunque molto dopo la Vaporfly 4%, prova del fatto che per i produttori lo sviluppo delle scarpe da strada resta prioritario. Eppure le gare in pista, molto esposte durante i Giochi olimpici, continuano a essere decisive per l’immagine dei marchi.
Le chiodate, però, erano già minimaliste, rigide e leggere, progettate per migliorare spinta e trazione ben prima di questa rivoluzione. I margini di progresso sono quindi più ridotti rispetto alla strada. Una suola troppo spessa diventerebbe rapidamente instabile in pista, dove gli appoggi sono rapidi e potenti.
Le chiodate moderne sono comunque cambiate profondamente. Le schiume sono più reattive, le geometrie ottimizzate e le strutture più dinamiche. Restano però molto aderenti al piede, quasi prive di rinforzi e talvolta indossate a piedi nudi: non possono quindi offrire il comfort di una scarpa da running. Dal 2020 anche in pista i record si sono moltiplicati. Le scarpe hanno un ruolo importante in questa progressione, anche se entrano in gioco anche la professionalizzazione della disciplina, l’evoluzione dei metodi di allenamento, l’aumento della densità del livello internazionale e il miglioramento delle superfici.
Norme rigide e ragioni economiche
Di fronte a queste innovazioni, World Athletics ha temuto il doping tecnologico. L’organizzazione ha quindi deciso di regolamentare queste tecnologie, considerando alcune scarpe capaci di offrire un vantaggio meccanico eccessivo. Altezza massima della suola, limite al numero di piastre, omologazione obbligatoria: in pista la normativa è molto più restrittiva, per preservare l’equità delle discipline.
Per i marchi, omologare un modello da pista è inoltre più complesso rispetto a uno da strada, e questo limita fortemente alcune innovazioni. I grandi marchi storici dominano ancora il mercato, mentre quelli emergenti faticano a ritagliarsi uno spazio e a ottenere l’omologazione dei propri modelli.
L’altra grande differenza è economica. Il mercato del running su strada è enorme. Con 13,2 milioni di runner in Francia nel 2025, l’Observatoire du Running registra una crescente professionalizzazione degli amatori. Oggi un amatore che corre i 10 km in 45 minuti può indossare praticamente la stessa attrezzatura di un campione olimpico. La ricerca dei guadagni marginali non riguarda più soltanto l’élite. I marchi lo hanno capito perfettamente e hanno reso le scarpe in carbonio accessibili al grande pubblico. Nel 2025 il mercato francese del running punta verso 1,5 miliardi di euro, quasi 800 milioni dei quali soltanto per le scarpe.
In pista o nel cross, il mercato è molto più ristretto. I runner sono molti più degli atleti tesserati. Questo segmento è riservato ai competitori, rendendo l’innovazione meno redditizia per i produttori. La varietà di modelli resta quindi nettamente inferiore a quella delle scarpe da strada.
La maratona e le gare su strada godono inoltre di una visibilità mediatica molto maggiore, oltre a essere più accessibili. Le supershoes sono diventate oggetti desiderabili, sostenuti da un marketing onnipresente. Al contrario, le chiodate restano relativamente invisibili al di fuori dei grandi eventi internazionali.
Uno strumento specifico per la performance
Un paio di chiodate è quasi un prodotto di nicchia: non si trova necessariamente nei negozi generalisti, ma più spesso sui siti specializzati. Negli ultimi anni anche i prezzi delle chiodate di nuova generazione sono aumentati sensibilmente, con modelli che spesso superano i 200 euro.
A differenza delle supershoes, però, le chiodate non si usano ogni giorno né in qualsiasi contesto. Sono riservate alle gare o a sedute specifiche e mirate. Non tutti si allenano in pista, e questi modelli richiedono una certa velocità, una buona sensibilità del piede e un adeguato adattamento muscolare.
Polpacci, tendini e ischiocrurali sono particolarmente sollecitati da questi modelli rigidi, che possono lasciare il segno. Le chiodate non sono adatte a tutti. Se le supershoes offrono comfort e protezione, le chiodate sono minimaliste, pensate per massimizzare la prestazione e spingere oltre i limiti fisici degli atleti. Sono strumenti specifici, utilizzati molto più occasionalmente. Un paio di chiodate può durare diverse stagioni, a differenza di una supershoe che accumula rapidamente centinaia di chilometri. Le distanze in pista e nel cross raramente superano i 10.000 m o i 10 km, riducendo ulteriormente la domanda.
Rivoluzione spettacolare su strada, evoluzione più discreta in pista. Le supershoes spostano continuamente in avanti i limiti della performance, mentre le chiodate cambiano in modo più graduale, in un mondo sottoposto a vincoli tecnici, regolamentari ed economici diversi. Se le supershoes sono accessibili a tutti e molto visibili sui media, le chiodate restano strumenti specifici, utilizzabili in determinati contesti e da atleti esperti.
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