La parità nel maratona: dall’esclusione storica al riconoscimento di oggi
Per lungo tempo, l’accesso alle lunghe distanze della corsa, come la maratona, è stato riservato agli uomini. Organizzatori e istituzioni si opponevano fermamente alla partecipazione femminile, mentre i media descrivevano lo sport praticato dalle donne come marginale, pericoloso e sconveniente. L’apertura progressiva dell’atletica alle donne ha richiesto decenni, grazie alla lotta tenace di diverse atlete determinate. La maratona ne è un esempio: la sua apertura è arrivata tardi, al prezzo di forti atti di resistenza.
In vista della maratona di Parigi 2025, le statistiche mostrano che la parità non è ancora stata raggiunta, ma continua ad avvicinarsi. Su 55.000 partecipanti, 13.750 sono donne, cioè il 25% degli iscritti. La maratona, una delle distanze regine dell’atletica leggera, è rimasta a lungo impermeabile alla partecipazione femminile.
Per decenni le donne sono state completamente escluse dalle grandi manifestazioni sportive. Pierre de Coubertin, il fondatore dei moderni Giochi olimpici, era fermamente contrario alla partecipazione femminile nell’atletica e alle grandi competizioni. «I Giochi olimpici devono essere riservati agli uomini; il ruolo delle donne deve essere, prima di tutto, quello di incoronare i vincitori.» (Pierre de Coubertin, La pédagogie sportive, 1912.) «È indecente che gli spettatori siano esposti al rischio di vedere il corpo di una donna spezzarsi davanti ai loro occhi. Inoltre, per quanto forte possa essere un’atleta, il suo corpo non è fatto per sopportare certi traumi.» Coubertin si opponeva all’inclusione delle atlete, riprendendo l’argomento sostenuto dalla medicina dell’epoca secondo cui le donne non sarebbero state in grado di praticare sport perché troppo fragili.
All’inizio del Novecento si riteneva che l’attività fisica potesse provocare la sterilità nelle donne, trasformarle in uomini e persino incoraggiarle alla dissolutezza, poiché le portava a esporre il proprio corpo negli stadi. Pierre de Coubertin e i suoi sostenitori affermavano che le donne «non sono fatte per lo sport, per ragioni mediche, estetiche e morali. Le imbruttisce, sottrae loro la femminilità e rappresenta un pericolo per la loro salute, ma anche per la società e in particolare per la vita familiare, impedendo loro di occuparsi adeguatamente della casa». (Barbusse, 2016, p. 121, citando Pierre de Coubertin.) Impedire alle donne di correre significava anche ostacolarne l’emancipazione e privarle della libertà. Esprimeva il timore di vederle diventare indipendenti e, in definitiva, la paura che potessero raggiungere la parità con gli uomini.
Per i detrattori dello sport femminile, praticare un’attività sportiva era incompatibile con questa presunta costituzione fragile delle donne, oltre che sconveniente. Il mondo scientifico sosteneva che gli impatti provocati dall’attività fisica, come la corsa, potessero causare la discesa degli organi genitali femminili. Anche per questo i 400 metri ostacoli sono diventati una disciplina olimpica femminile soltanto nel 1984. Pierre de Coubertin si oppose all’accesso delle donne allo sport agonistico, sostenendo che «lo sport è il simbolo stesso della virilità». (De Coubertin, Essai de psychologie sportive, Jérôme Million [1913] 1992, p. 151.)
Alice Milliat, la pioniera dell’accesso delle donne alle gare di corsa
L’attivista Alice Milliat ha sfidato il barone in numerose occasioni, pretendendo la partecipazione delle donne all’atletica olimpica. Questa femminista ha inoltre presieduto associazioni sportive femminili fin dal 1912, come Fémina Sport e l’Ondine de Paris, e in seguito la Fédération des sociétés féminines sportives de France, oltre a organizzare olimpiadi femminili. Furono organizzate gare esclusivamente femminili, ma le distanze erano ancora lontane da quelle della maratona.
La sociologa Béatrice Barbusse cita in particolare l’organizzazione della «Marche des midinettes del 1903, una corsa dalle Tuileries a Nanterre che riunì più di mille partecipanti», e il «cross di Chaville, nei dintorni di Parigi, disputato il 28 aprile 1918, prima gara nella quale le donne gareggiarono in pantaloncini e canottiera». (Barbusse, 2016, p. 122.) Questa prima gara di cross-country femminile, sulla distanza di 2.400 metri, fece scalpore: le donne mostravano gambe e braccia e affrontavano uno sforzo agonistico, qualcosa che all’epoca era considerato indecente.
Il giorno seguente la stampa fu critica, ma anche curiosa. Broucaret scrive: «Le 42 partecipanti sono vestite come gli uomini, con canottiera e pantaloncini, un abbigliamento giudicato indecente dai detrattori. L’evento è comunque sostenuto dai principali giornali sportivi dell’epoca, l’Auto e l’Echo des Sports.» (Broucaret, 2012, p. 18.) Lo sport femminile «non è quindi nato da una progressiva apertura dei club sportivi maschili alle donne, la cui presenza era vietata, ma dall’attivismo di alcune pioniere, guidate da Alice Milliat». (Broucaret, 2016, p. 122.) È grazie alla voce di militanti irriducibili come Alice Milliat, spesso dimenticate, se oggi le donne hanno il diritto di schierarsi sulle stesse linee di partenza degli uomini.
Un passo avanti, due indietro
Nell’atletica leggera, le donne poterono finalmente partecipare per la prima volta ad alcune gare dei Giochi olimpici di Amsterdam nel 1928: 100 metri, 800 metri, 4×100 metri, salto in alto e lancio del disco. La partecipazione femminile alla maratona non era neppure presa in considerazione. Sebbene il presidente del CIO e successore di Coubertin, Henri de Baillet-Latour, accettasse che le donne gareggiassero, «l’ostilità nei confronti dello sport femminile era ancora la norma», sottolinea la sociologa Fabienne Broucaret (Broucaret, 2012, p. 16). Questo passo avanti nell’inclusione delle donne nell’atletica durò poco. Durante e al termine degli 800 metri, vinti dalla tedesca Lina Radke, la fatica alterò il volto delle concorrenti e alcune crollarono dopo il traguardo. Fu questo l’aspetto che i giornali e il CIO associarono all’apertura della disciplina alle donne, gridando allo scandalo e descrivendo lo spettacolo penoso delle «povere donne».
La gara provocò un’ondata di proteste tra gli oppositori delle donne nell’atletica e nei media, che non esitarono a deformare la realtà per alimentare la convinzione che la fisiologia femminile le rendesse incapaci di sostenere uno sforzo fisico. Anche la scarsa femminilità di Lina Radke venne presa di mira. Il dover dimostrare la propria identità di donna nello sport, allora considerato un mondo maschile, era una questione cruciale. Ancora oggi questi dibattiti riemergono quando il fisico di un’atleta viene giudicato troppo mascolino e quindi sospetto.
Dopo quegli 800 metri ai Giochi di Amsterdam, alle donne fu vietato correre distanze superiori ai 200 metri alle Olimpiadi, fino al 1960: per ben 32 anni. Sarebbe servito un evento decisivo per permettere alle donne di accedere alle lunghe distanze, come la maratona. A Boston, negli Stati Uniti, una ventenne riuscì a iscriversi alla maratona cittadina grazie al suo allenatore, che non comunicò il nome dell’atleta, ma soltanto l’iniziale: K. Switzer, ovvero Katherine Switzer.
Katherine Switzer, il coraggio diventato simbolo
Il 19 aprile 1967 Katherine Switzer si presentò sulla linea di partenza, truccata per l’occasione, forse per ribadire la propria femminilità su una distanza riservata agli uomini. Era affiancata da Arnie Briggs, il suo allenatore, e dal fidanzato Tom Miller, lanciatore di martello. Il piccolo gruppo rimase compatto per non destare sospetti.
Dopo appena sei chilometri, un organizzatore si lanciò contro di lei per strapparle il pettorale, urlando: «Fuori dalla mia gara e dammi quei numeri!». La scena fu catturata dai fotografi, presenti nel posto giusto al momento giusto. L’allenatore spinse via l’organizzatore, mentre la giovane riuscì a proseguire e a concludere la maratona in 4h20. La podista non si arrese: voleva dimostrare al mondo intero che le donne erano capaci di correre 42,195 km. Il giorno dopo la stampa si interessò a lei, alla sua partecipazione clandestina e soprattutto alla scena dell’organizzatore che tentava di estrometterla dalla maratona. Switzer fu però squalificata e poi sospesa dalla federazione statunitense di atletica. I media si impadronirono della storia: era «la ragazza che sfida gli organizzatori della maratona» (Patrick Karam e Magali Lacroze, Le livre noir du sport, 2020, p. 53). Le fotografie della scena fecero il giro del mondo e restano ancora oggi indelebili.
«La forza dell’immagine e l’incarnazione di una battaglia contribuiranno a una presa di coscienza generale e alla progressiva integrazione delle donne nelle competizioni sportive. Katherine Switzer conquisterà inoltre la vittoria femminile alla maratona di New York sette anni dopo!» (Patrick Karam e Magali Lacroze, 2020, p. 54.) Il coraggio della giovane atleta contribuì a cambiare le coscienze e fece avanzare la battaglia delle donne per l’inclusione nelle competizioni. Come spiega Béatrice Barbusse, le donne hanno «conquistato il diritto di correre le lunghe distanze, e in particolare la maratona, al di fuori del movimento federale organizzato, che glielo negava ostinatamente e talvolta con violenza, come mostra una fotografia diventata celebre». (Barbusse, 2016, p. 291.)
Fu perché Switzer dimostrò che le donne erano capaci di completare la distanza che la maratona di Boston si aprì alle donne nel 1972. Oggi, il 45% degli iscritti alla maratona di Boston è composto da donne. La campionessa creò in seguito gare riservate esclusivamente alle donne, partecipò a 39 maratone nel corso della sua carriera e vinse la maratona di New York nel 1974.
Switzer è così diventata la prima donna a partecipare a una maratona con un pettorale ufficiale. Un anno prima, la prima donna ad aver corso una maratona clandestinamente, quindi senza pettorale, era stata l’americana Bobbi Gibb (3h21’40). Respinta dagli organizzatori, si nascose in un cespuglio e si inserì nella gara. I corridori promisero di proteggerla nel caso fosse stata fermata, poiché correre sulla strada era consentito.
Resistenze persistenti fino agli anni Settanta e Ottanta
In Francia, negli anni Settanta, Raymonde Cornou fu una delle prime donne a correre una maratona, quando le gare su strada non erano ancora aperte alle donne. In un’intervista al giornale online ABLOCK! ha raccontato: «Queste gare erano organizzate da uomini, riservate agli uomini, e noi non potevamo nemmeno iscriverci. Abbiamo dovuto aspettare gli anni 1975-1980 perché fosse possibile accedervi un po’ più facilmente.» (Raymonde Cornou, intervistata da Sophie Danger per ABLOCK!, 2022.)
Per molto tempo Raymonde Cornou sfidò i divieti per seguire il marito, anche lui podista: «Facevo finta di partecipare anch’io, con un pettorale, solo che non ne avevo uno». (Raymonde Cornou, intervistata da Sophie Danger per ABLOCK!, 2022.) Partecipò persino a un’edizione dei Campionati francesi maschili di maratona. I rappresentanti della Fédération Française d’Athlétisme non presero bene quella partecipazione clandestina. L’attivista raccontò: «[…] sono venuti verso di me in macchina e hanno cercato di spingermi nel fosso. Ho dato calci alla macchina e ci siamo scambiati qualche insulto. Mi hanno detto che non avevo il diritto di correre […]».
Raymonde Cornou non si lasciò intimidire e continuò a sostenere che stava accompagnando il marito. Gli organizzatori annunciarono allora che lui era squalificato, ma sbagliarono pettorale ed espulsero un altro partecipante. Raymonde Cornou fu squalificata a vita dalla FFA, cosa che non le importava, visto che non possedeva una licenza. L’atleta dissidente si ripresentò a un altro Campionato francese di maratona e quella volta gli organizzatori capirono che fermarla era tempo perso. Poté così essere l’unica donna in gara, anche senza pettorale. Altre corse popolari continuarono a opporsi alla sua partecipazione, nonostante minacciasse di avvertire la stampa o di correre con un cartello sulla schiena per denunciare il rifiuto degli ufficiali di lasciarla gareggiare. «[…] Alla fine sono stati costretti a lasciarmi fare» (Ibid), riassunse l’irrducibile atleta.
Raymonde Cornou sfidò i divieti e riuscì a correre al fianco degli uomini, nonostante il disprezzo fosse totale. Non solo raccontò di essere stata ignorata all’arrivo, esclusa dai podi e dai premi, ma subì anche spintoni e critiche da parte degli altri corridori. Per reagire, si compiaceva di essersi fermata ai margini dei campi durante le gare per raccogliere mazzi di fiori e tagliare così il traguardo con un bouquet in mano, un modo per celebrare la propria corsa. «Mi sono scontrata con il sarcasmo degli altri corridori. Alcuni mi spingevano, mi dicevano che non avevo niente da fare lì, che avrei dovuto stare davanti al lavello, che il mio posto era a casa. […] Ho sentito un uomo tra il pubblico fare un commento volgare sul mio seno. Mi sono fermata, sono tornata indietro, gli ho dato uno schiaffo e ho continuato la gara. Un giornalista ha raccontato l’aneddoto e ancora oggi mi accompagna!» (Ibid.)
Le resistenze degli organizzatori, ma anche dei corridori, erano fortissime, talvolta persino violente. L’idea che il posto della donna fosse in casa, dove doveva essere soltanto bella e obbediente, era ancora dominante e ostacolava l’accesso femminile alla corsa. Eppure Raymonde Cornou era presente a quasi tutte le gare: percorse l’Europa e il mondo per correre maratone. Divenne comunque popolare e ispirò molte donne, partecipando a un numero enorme di competizioni e ricevendo un sostegno crescente di evento in evento.
Per le maratonete, un’apertura lenta ma progressiva
Nel 1972 la maratona di Boston si aprì alle donne, quella di Berlino nel 1974, poi Madrid nel 1978 e Stoccolma e Parigi nel 1979. Nel 1982 le donne poterono partecipare ai Campionati europei di maratona, l’anno seguente ai Campionati del mondo e nel 1984 ai Giochi olimpici di Los Angeles. L’americana Joan Benoit vinse l’oro in 2h24’52. Ma non fu la campionessa olimpica a catturare l’attenzione dei media nel 1984. La svizzera Gabriela Andersen-Schiess, entrata nello stadio 20 minuti dopo la vincitrice, colpì il pubblico. La maratoneta procedeva barcollando e sembrava sul punto di fermarsi, finché una persona tra il pubblico la incoraggiò, seguita poi dall’intero stadio. Quel giorno concluse al 37° posto in 2h48’42.
Sostenuto da quel pubblico, prima scioccato e poi ammirato, l’episodio mostrò il progressivo cambiamento di mentalità nei confronti della combattività e del posto delle atlete in una gara a lungo riservata agli uomini. Se il titolo olimpico degli 800 metri conquistato da Lina Radke ai Giochi del 1928 aveva scandalizzato l’opinione pubblica, i Giochi del 1984 lasciarono finalmente spazio all’ammirazione per le donne che gareggiavano ai massimi livelli.
Le battaglie combattute da pioniere determinate come Switzer, Gibb, Cornou e Milliat hanno permesso alle donne di oggi di avere il diritto di gareggiare al pari degli uomini sulle lunghe distanze, come la maratona.
Altri articoli
Chris Koch, 4h16 per completare la Maratona di Chicago su uno skateboard
Senza braccia né gambe, Chris Koch corre maratone sul longboard. A Chicago ha chiuso in 4h16, sfidando limiti e pregiudizi.
mer 9 settembre 2026
Scarpe Nike, pezzi introvabili, contraffazioni… Vinted entra nella corsa all’attrezzatura running
Nata nel 2008, Vinted continua a crescere. Tra le migliaia di transazioni quotidiane, l’attrezzatura running occupa un posto di primo piano.
mer 9 settembre 2026
Salute: piccoli infortuni e cura dei piedi nella corsa
Come prevenire e curare i problemi ai piedi nella corsa? Vesciche, unghie nere, sfregamenti: i consigli per correre senza pensieri.
mer 9 settembre 2026