Quando correre diventa uno stile di vita: routine, alimentazione, viaggi, letture… Tutto ruota intorno alla maratona
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Quando correre diventa uno stile di vita: routine, alimentazione, viaggi, letture… Tutto ruota intorno alla maratona

Dorian Vuillet
Da Dorian Vuillet

Pubblicato il mer 9 settembre 2026

Aggiornato il mer 9 settembre 2026

C’è chi la chiama passione e chi, più onestamente, una dolce ossessione. Quando la maratona entra nella vita di qualcuno, non si limita a passarci: si installa, ridisegna le giornate, sconvolge le abitudini e finisce per dare un senso a tutto ciò che tocca. Tra routine studiate al millimetro, piatti pesati, viaggi pianificati e letture ispiranti, correre diventa molto più di uno sport. Un modo di vivere, di esistere, di andare avanti… in senso letterale e figurato.

Ascoltare “Run Boy Run” di Woodkid 38 volte di fila non farà scendere il tempo sotto le due ore, ma l’idea ha il suo fascino. E, a dire il vero, sono in molti a provarci. Quando testa, cuore e scarpe da corsa sono rivolti verso un’unica ossessione, quella della maratona, tutto il resto finisce per organizzarsi di conseguenza. Il lavoro, i pasti, i fine settimana, le playlist. La vita diventa un lungo allenamento mentale, scandito da un solo ritornello: prepararsi, correre e ricominciare. « Siamo limitati solo da ciò che crediamo di poter essere », come riassumeva perfettamente il GOAT keniota Eliud Kipchoge.

Restare concentrati sull’obiettivo

Spesso tutto comincia con una scintilla. Un video della Maratona di New York, un amico che torna a casa con una medaglia al collo, il desiderio di dimostrare a se stessi di potercela fare. Da quel momento, niente ha più davvero lo stesso sapore. Ogni uscita diventa un passo verso “la grande gara”, ogni ripetuta una battaglia silenziosa contro la pigrizia. La maratona non è soltanto una sfida fisica: è un progetto di vita in miniatura. 

« Correre una maratona significa soprattutto imparare a conoscersi, a rispettarsi e a superare i propri limiti », sosteneva Christelle Daunay, campionessa europea di maratona nel 2014 a Zurigo. Perché è una promessa fatta a se stessi. E per mantenerla bisogna organizzarsi, imparare a dire no alle serate troppo alcoliche, alle dormite della domenica mattina e ai burger dopo mezzanotte. In breve, costruire un mondo in cui tutto ruota intorno ai chilometri macinati.

La routine del maratoneta

Tra questi nuovi adepti ci sono quelli che corrono quando possono e quelli che vivono per correre. A volte la sveglia suona prima di quella dei panettieri, gli indumenti vengono piegati la sera prima come una divisa da missione e le settimane si allungano al ritmo dei lunghi domenicali sotto la pioggia. « Le mattine in cui piove pensiamo che sia impossibile, racconta Thomas, 24 anni e già finisher di diverse maratone, tra cui quella de La Rochelle. Poi partiamo… e torniamo orgogliosi, anche se completamente fradici ». Correre diventa un rituale: i calzini preferiti, il GPS caricato religiosamente, la playlist “carica” per i 30 chilometri di sofferenza. Spesso si parte da soli, molto presto, sotto la pioggia, e la cosa sembra quasi romantica.

Nutrizionisti della domenica

Una maratona si prepara anche a tavola. Tra gli appassionati di porridge e i convertiti al gel energetico al gusto cappuccino, ognuno trova il proprio carburante. I pasti diventano strategie, la pasta del venerdì sera un rito sacro. Si impara ad amare le banane quasi troppo mature, a dosare l’apporto calorico e a evitare gli eccessi. La birra post gara diventa l’unica eccezione tollerata in mezzo a tanta disciplina. Con un solo obiettivo in testa: arrivare sulla linea di partenza leggeri, tirati e pronti a macinare chilometri senza chiedere pietà. « Si corre anche con quello che mettiamo nello stomaco, è tutto lì che si decide », continua Thomas.

Pianificare la vita come un calendario di gare

Con il tempo, le maratone diventano punti di riferimento nel calendario. Primavera: Parigi. Autunno: Berlino. Estate: una gara in quota “per divertimento”. Le vacanze, più o meno, si scelgono in base al percorso o al dislivello della mezza maratona locale. Si cercano gli hotel vicino alla partenza, si calcola il tempo necessario per ritirare il pettorale, si prenota un ristorante alla fine per “fare il pieno”. Viaggiare per correre diventa una seconda natura. Il mondo si divide così in due categorie: le città già corse e quelle ancora da scoprire. Marie, maratoneta di Lille di 27 anni, lo riassume così: « Organizzo i miei viaggi intorno alle gare. Anche se resto solo pochi giorni, voglio sentire la città correndo. »

Quando il pettorale diventa un passaporto

C’è chi colleziona calamite e chi maratone. Il “racing turismo” conquista un numero sempre maggiore di appassionati, che trasformano ogni gara in un’avventura culturale. Correre a Tokyo, attraversare Central Park, affrontare le strade collinari di Lisbona… Il pettorale diventa un passaporto e ogni medaglia una madeleine di Proust. Dietro ogni tempo c’è un ricordo: la folla di Boston, il caldo di Roma, la pioggerellina di Londra. In fondo, la fatica si mescola al viaggio. E così si esplora una città in modo diverso, al ritmo del respiro e dell’asfalto.

La cultura del running sulla pelle

E quando le scarpe vengono riposte, la passione continua. Libri sulla mentalità, documentari su Eliud Kipchoge, podcast sulla preparazione mentale… « Solo le persone disciplinate sono libere ». Un mantra adottato da tempo dalla leggenda keniota. Il runner moderno, infatti, si forma tanto quanto suda. Alcuni rileggono “Born to Run” come un manifesto, altri seguono religiosamente i video dei professionisti su YouTube. Il running diventa cultura, un linguaggio, un modo di abitare il mondo. Un maratoneta non si limita a correre: sogna la corsa, ne parla, la analizza, la scompone. Sa che l’allenamento non si ferma sulla linea del traguardo. E ricomincerà, ancora e ancora.

Una volta appesa la medaglia, ci si promette sempre di fare una pausa. Dormire, rallentare, pensare ad altro. Poi arriva una notifica: “Sono aperte le iscrizioni alla maratona di Valencia”. E il cuore riparte. Perché la maratona non è soltanto una gara. Diventa uno stile di vita, quello in cui ogni passo racconta una storia diversa.

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