Oggi è quasi impossibile correre una maratona senza incrociare qualcuno intento a farsi un selfie o ad avviare un video. Percorrere 42,195 km non è più soltanto un’impresa sportiva: è diventato un contenuto da produrre. Orgoglio personale, ricerca di approvazione, un business ben rodato: la gara si gioca anche su Instagram.
Se non riesci più a uscire di casa per un allenamento, più o meno intenso, senza portarti dietro il telefono per filmare il tuo ritmo, probabilmente sei stato colpito da un male molto contemporaneo: la corsa connessa. Un male che può convivere con i suoi benefici. « Adoro catturare questi momenti, perché una maratona è un’emozione che non rivivremo due volte », racconta Marine Gibard, alias @coursptitetomate, una delle figure più seguite del running francese, con 130.000 follower su Instagram. Nel mondo della maratona è difficile ignorare questa tendenza.
Ma perché voler immortalare a tutti i costi ogni passo? Spesso tutto parte dagli influencer. Quelli specializzati nel running hanno fatto passare l’idea che la performance si viva tanto per strada quanto sui social. Mostrare le scarpe di ultima generazione, il lungo della domenica o i volti contratti al 35° km è diventato quasi importante quanto l’allenamento in sé. Su Insta correre non significa più soltanto correre: significa produrre contenuti. La fatica è diventata, senza dubbio, un racconto da condividere.
Correre, ma soprattutto condividere
Selfie, stories, reel… la generazione running documenta tutto. Dal caffè prima del jogging alle smorfie del 35° km, ogni istante diventa un’immagine da pubblicare. E naturalmente, durante una maratona, il desiderio è ancora più forte. Smartphone in mano, GoPro fissata magneticamente al petto, asta per selfie già pronta alla partenza: oggi il corridore è anche videomaker. « Quello che mi spinge a tirare fuori il telefono è la voglia di condividere la mia esperienza, spiega Marine Gibard. Sono molto contenta di averlo fatto per alcune maratone, perché così anch’io ho un ricordo della mia gara. »
Una maratona bisogna guadagnarsela. Quattro mesi di allenamento, settimane di stanchezza, decine di chilometri macinati. E allora, una volta tagliato il traguardo, perché non conservarne una traccia? « Quello che cerco di mostrare sono autenticità, motivazione e costanza… senza bruciare le tappe », assicura la content creator di 31 anni. I suoi video non sono soltanto un ricordo: sono anche fonte d’ispirazione. Racconta spesso di aver incontrato persone che le hanno detto di essersi iscritte alla loro prima gara grazie ai suoi contenuti. Lontano dal semplice narcisismo, filmare la propria maratona può diventare uno strumento per trasmettere qualcosa.
Ma questo storytelling non è gratis. Alzare il braccio, cercare l’inquadratura, parlare alla telecamera: sono secondi che si staccano dal cronometro. « Sì, filmando forse perdo qualche secondo, ma non sono una professionista, ammette. Non è poi così grave se ci metto un minuto in più o in meno ». Non tutti la prendono con la stessa filosofia. Alcuni rallentano apposta per avere l’Arco di Trionfo sullo sfondo, altri si fermano del tutto per avviare una diretta. Risultato: un tempo sacrificato sull’altare della messinscena.
L’economia del running connesso
Se la tendenza esplode è anche perché viene alimentata. GoPro sviluppa minicamera per runner, Apple vende i suoi supporti da braccio per iPhone, Garmin spinge sulla condivisione automatica degli allenamenti. « È evidente: i brand hanno capito che i contenuti sul running sono oro, confida Julien, fotografo e videomaker amatoriale. Ogni video pubblicato è pubblicità gratuita. Le maratone diventano vetrine ambulanti. »
Anche gli organizzatori ne traggono vantaggio: più si filma, più se ne parla, più l’evento guadagna visibilità. Alcune gare come la Marathon de Paris o quella di Valencia inviano ormai dei “kit per content creator” ai runner più influenti.
Se smettessi di pubblicare, il mio modo di correre sarebbe lo stesso. Corro da più di 15 anni, corro per me, non per le telecamere.
Troppi contenuti uccidono la corsa
Ma filmare stanca anche. « Dopo una 55 km avevo prodotto contenuti prima, durante e dopo, e una settimana più tardi mi sono ammalata», raccontava Marine Guibard. Dietro il divertimento di una story si nasconde un vero carico mentale. Bisogna pensare alla telecamera, montare i video, rispondere ai messaggi, fino a lasciare talvolta in secondo piano il piacere di correre. Eppure insiste: « Se smettessi di pubblicare, il mio modo di correre sarebbe lo stesso. Corro da più di 15 anni, corro per me, non per le telecamere. »
È un discorso che torna anche tra altri runner, quelli che ormai scelgono di staccare del tutto. « Per la mia ultima maratona ho lasciato il telefono al deposito bagagli, racconta Élodie, 39 anni e sei maratone all’attivo. Ho vissuto ogni chilometro senza pensare all’immagine che avrei pubblicato. È stato liberatorio ». In un mondo saturo di immagini, questa “disconnessione scelta” diventa quasi un atto militante. Non condividere nulla significa ritrovare una forma di purezza, un’intensità che la telecamera attenua.
Le persone non si rendono conto di quanta emozione si perda quando si guarda tutto attraverso uno schermo.
Il vero lusso è non dover dimostrare nulla
Correre una maratona è già un’impresa. Filmarsi può essere una distrazione di troppo. A forza di voler catturare ogni istante, si finisce per dimenticare di viverlo davvero. « Le persone non si rendono conto di quanta emozione si perda quando si guarda tutto attraverso uno schermo, osserva Nicolas, che prima non partecipava mai a una gara senza avere lo smartphone a portata di mano e che poi ha cominciato ad abbandonarlo poco alla volta. Le lacrime al traguardo, la musica, la folla… è un momento da vivere, non da inquadrare. »
Il traguardo non ha bisogno di filtri per essere magico, né di un reel per dimostrare che c’eravamo. Forse un giorno la tendenza più sovversiva sarà… lasciare lo smartphone al deposito e godersi i propri 42 chilometri in modalità aereo.
Ne abbiamo viste di tutti i colori: reel a 5’00”/km, stories “pre-partenza” con la frontale, telecamere fissate sul cappellino. Un giorno, forse, torneremo a correre solo per il piacere di farlo, senza cercare l’inquadratura perfetta né l’hashtag giusto. Il giorno in cui l’unico « like » che conterà sarà quello che metteremo a noi stessi tagliando il traguardo.
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