Sono davvero un maratoneta? Quando la sindrome dell’impostore arriva al traguardo

Sono davvero un maratoneta? Quando la sindrome dell’impostore arriva al traguardo

Dorian Vuillet
Da Dorian Vuillet

Pubblicato il gio 10 settembre 2026

Aggiornato il gio 10 settembre 2026

Tagliare il traguardo dopo 42,195 km dovrebbe bastare per convincersene. Eppure, per molti amatori, la medaglia al collo non mette a tacere quella vocina interiore: «Sono davvero legittimato a definirmi maratoneta?»✓ Tra confronti, dubbi e bisogno di riconoscimento, la sindrome dell’impostore si insinua anche nel mondo della corsa.

Immaginiamo sempre il maratoneta euforico, con le braccia alzate e un sorriso smagliante davanti all’arco del traguardo. Nella realtà, però, spesso si fa strada un’altra emozione, più subdola: il dubbio. C’è chi continua a ripetersi di non aver davvero « corso » una maratona perché ha camminato al 35° chilometro, e chi pensa di non meritare quel titolo perché ha impiegato più di 5 ore. Julien, 32 anni, racconta un’esperienza da impostore piuttosto particolare. « Avevo appena finito la mia prima maratona a Parigi, ero esausto ma così orgoglioso… eppure la prima cosa che ho detto ai miei amici è stata: “Ho fatto 4h52, quindi, insomma, non conta davvero” ». Una frase rivelatrice, come se lo sforzo profuso non avesse valore finché non rientrava in una casella “performante”.

Questa sensazione affonda spesso le radici nel confronto continuo. I social hanno amplificato il fenomeno: ogni fine settimana, Strava, Instagram o Facebook si riempiono di tempi spettacolari e racconti eroici. Quando Kipchoge divora Berlino in 2h01 o la collega chiude la maratona in 3h20, è difficile non mettere il proprio tempo a confronto. Il problema è che questo paragone cancella un’evidenza: una maratona, corsa in 2 ore o in 6, resta lo stesso percorso, la stessa distanza, la stessa sfida. Dimenticando questa dimensione, molti amatori riducono la propria impresa a una semplice cifra, come se 42,195 km diventassero più brevi solo perché qualcun altro li ha percorsi più velocemente.

La legittimità è una questione di sguardo

La sindrome dell’impostore, ben nota nel mondo professionale, trova una sua perfetta declinazione anche nello sport amatoriale. Molti maratoneti si sentono legittimati solo quando chi li circonda riconosce lo sforzo compiuto. « Quando ho detto ai colleghi che avevo corso una maratona, la prima reazione è stata: “Ah, ma in quanto tempo?”. Ho risposto 4h40 e ho sentito che il loro sorriso si irrigidiva un po’, racconta Sarah, appassionata di lunghe distanze da quasi 3 anni. Da allora faccio fatica a dire che sono una maratoneta, come se dovessi giustificarmi ». Questo bisogno di approvazione esterna condiziona spesso la percezione della propria prestazione. Eppure, il titolo di maratoneta non dovrebbe dipendere da un tempo o dal giudizio altrui, ma dal percorso personale che ha portato a tagliare il traguardo.

Quando la testa cede più delle gambe

La cosa più sorprendente è che la difficoltà non sta soltanto nella gara, ma anche in ciò che viene dopo. Il corpo recupera in pochi giorni, mentre la mente può restare aggrappata alla sensazione di non essere “all’altezza”. C’è chi accumula maratone per rassicurarsi, come se servissero sempre più medaglie per dimostrare di appartenere al club. Altri, come Thomas, esperto runner di Grenoble di 41 anni, evitano persino di menzionare la propria impresa per paura che qualcuno chieda loro il tempo. « Corro da dieci anni, ho fatto tre maratone, ma non oso parlarne più di tanto. Mi dico sempre: i veri maratoneti sono quelli che puntano alle 3 ore. Io ho solo resistito fino in fondo ». Qui la sindrome dell’impostore agisce come un’ombra persistente: non basta aver sofferto e tagliato il traguardo, bisogna anche sentirsi autorizzati a portare il nome di “maratoneta”.

Ritrovare l’orgoglio dello sforzo

La chiave potrebbe stare in un cambio di prospettiva. Gli psicologi dello sport lo ripetono spesso: la maratona non si riduce alla prestazione finale, ma è soprattutto un percorso. Ogni lungo corso al freddo, ogni sacrificio durante il fine settimana, ogni dolore gestito in allenamento contribuisce a costruire l’identità del maratoneta. Come ha detto Haile Gebrselassie al Guardian : « Quando corri una maratona, affronti la distanza, non gli altri runner né il cronometro. Nelle lunghe distanze bisogna imparare ad avere pazienza. Non è necessario partire velocissimi. Ma è l’allenamento quello che conta davvero ». Inserire lo sforzo in questo contesto più ampio permette di ridare valore alla propria esperienza. Essere maratoneti non significa battere dei record, ma aver accettato di intraprendere un’avventura che va ben oltre la semplice linea del traguardo.

Come uno sprint finale

La parola «maratoneta» incute rispetto, ed è probabilmente per questo che scatena tanti dubbi in chi la fa propria. Richiama resistenza, coraggio e resilienza. Eppure non prevede condizioni nascoste: nessun tempo minimo, nessun ritmo imposto. La legittimità non fa rima con prestazione, ma con impegno. Quindi sì: chi ha camminato al 30° chilometro, chi ha impiegato 5 ore, chi ha giurato di non correre mai più… sono tutti maratoneti. E la prossima volta che quella vocina interiore chiederà «Sono davvero legittimato?», forse basterà risponderle con un’evidenza: al traguardo di una 42 km non ci sono impostori.

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