Perché la Maratona di Parigi è così difficile?
Ogni anno, decine di migliaia di runner affrontano i 42,195 km della Maratona di Parigi. Una sfida monumentale, certo, ma nella capitale non bastano gambe solide: serve anche una mente d’acciaio. Come le grandi maratone mondiali di New York e Boston, anche quella di Parigi si è guadagnata una reputazione ampiamente meritata. Dietro i monumenti storici e l’immagine da cartolina si nasconde un percorso tanto temibile quanto indimenticabile.
Un dislivello positivo tutt’altro che trascurabile
Sulla carta, la Maratona di Parigi può sembrare piuttosto accessibile. Una grande città, un’organizzazione impeccabile, strade ampie, nessuna montagna all’orizzonte. Ma osservando da vicino il profilo del percorso, ci si rende presto conto che questa maratona non rientra nella categoria dei tracciati «scorrevoli». Con 292 metri di dislivello positivo, mantenere un ritmo regolare per le strade della capitale è quasi un’impresa. I falsopiani in discesa possono trarre in inganno e le numerose salite presentano il conto alle gambe. A differenza di maratone piatte come Valencia o Siviglia, note per i lunghi rettilinei, il percorso parigino impone continui cambi di ritmo. Le riserve energetiche si esauriscono così più rapidamente del previsto e basta una dimenticanza, come saltare un gel, per trasformare in fretta il prosieguo della gara in un incubo. Su questo percorso, ogni errore si paga caro. Molti incontrano il famigerato muro, a volte ben prima del 35° chilometro.
Salite, pavé, sottopassi: un cocktail esplosivo per i quadricipiti
A rendere Parigi davvero difficile sono soprattutto quei famosi «strappi» disseminati lungo tutto il percorso. Già nei primi chilometri, il falsopiano in discesa degli Champs spinge i runner a partire forte: attenzione a non lasciarsi prendere dall’entusiasmo. La prima difficoltà arriva al 9° chilometro, in rue du Faubourg Saint-Antoine, con una salita piuttosto dolce ma lunga un chilometro.
Il pavé è un’altra caratteristica della Maratona di Parigi. Si incontra presto, già nelle prime falcate sugli Champs-Élysées. Può spezzare il ritmo, appesantire la corsa e consumare energie, soprattutto quando bisogna concentrarsi sugli appoggi. Alla lunga, si rischia di perdere lucidità.
Ma sono soprattutto i quai della Senna a farsi sentire. I sottopassi, cioè i passaggi sotto i ponti, spezzano completamente il ritmo e rendono impossibile mantenere un’andatura regolare. Una successione di quattro brevi salite e discese spezza-gambe, tra il 28° e il 32° chilometro, compreso il passaggio sotto il Pont de l’Alma, proprio quando i quadricipiti iniziano a mandare segnali di stanchezza. E quando si sogna finalmente un tratto pianeggiante, bisogna ancora risalire attraverso il 16° arrondissement e il Bois de Boulogne. Gli ultimi chilometri salgono lentamente ma inesorabilmente, con tre salite consecutive tra il 34° e il 41° chilometro.
Una seconda metà di gara più impegnativa
Non è una leggenda: la seconda parte della Maratona di Parigi è molto più difficile della prima. Dei 292 metri di dislivello positivo complessivi, quasi due terzi si concentrano nella seconda metà. Quando, dopo la mezza maratona, si dovrebbe cercare di gestire lo sforzo con maggiore serenità, a Parigi accade l’esatto contrario. La gara diventa più dura e impegnativa proprio mentre le gambe iniziano a cedere. È anche questa difficoltà a rendere Parigi così temuta dai maratoneti a caccia del primato personale. Tra chi corre la prima maratona, sono ancora in molti a sottovalutare l’importanza dell’alimentazione. A Parigi, invece, è un aspetto fondamentale. La maratona non è solo una questione di ritmo o di forza mentale: senza una vera strategia nutrizionale, il muro può arrivare molto prima del previsto.
Tra élite e amatori, il dolore è lo stesso
Anche per gli élite, la Maratona di Parigi non fa sconti. Il dato è eloquente: nella top 10 maschile e femminile, un solo atleta è riuscito a chiudere in negative split — il keniano Benard Biwott, vincitore in 2h05’25, con una seconda mezza più veloce della prima (1h02’57 / 1h02’28). Un dato che dice molto sulla difficoltà della seconda metà del percorso.
Tra i francesi, anche la prestazione di Loréna Méningand merita di essere sottolineata. Ha chiuso come prima francese, firmando anche un nuovo primato personale. È passata alla mezza in 1h17’55, ma ha dovuto fare i conti con la difficoltà del percorso, chiudendo la seconda metà in 1h18’38. Più lenta, certo, ma comunque protagonista di una prestazione solidissima su un tracciato così impegnativo.
Yohan Durand ha sofferto anche lui sul pavé parigino. «Muscolarmente è stata dura. Il tratto sui quai è molto impegnativo, il tempo è stato capriccioso, con un po’ di vento…», il corridore di Bergerac ha chiuso in 2h14’44, lontano dal suo crono di 2h11’56 a Valencia, ottenuto pochi mesi prima. Una differenza che fotografa bene la durezza del percorso parigino.
Il percorso non è facile. A livello muscolare, dopo il 25° chilometro, è stata dura. Il tratto sui quai è impegnativo, il tempo è stato capriccioso… E poi, a Boulogne, ho tirato il freno a mano. Sono molto contento di aver finito, perché fisicamente è stata una delle maratone più dure che abbia corso.
È anche per tutte queste ragioni che si può apprezzare ancora di più la prestazione di Morhad Amdouni. Nel 2022 aveva stabilito a Parigi il nuovo record francese in 2h05’22 (prima di abbassarlo a 2h03’46 a Siviglia nel 2024). Il suo tempo a Parigi, in quelle condizioni, merita senza dubbio rispetto.
Una maratona impegnativa, ma sempre più popolare
Nonostante tutte queste difficoltà, la Maratona di Parigi resta una delle più popolari al mondo. Nel 2025, in 55.499 hanno tagliato il traguardo. Perché tanto entusiasmo? Perché Parigi resterà sempre Parigi. Correre sugli Champs-Élysées, passare ai piedi della Torre Eiffel, costeggiare la Senna, sfilare davanti al Louvre… è difficile competere con un concentrato simile di prestigio e storia.
È anche un autentico terreno di scoperta per chi affronta la prima maratona. In molti scelgono Parigi per vivere questa prima volta: per l’atmosfera, gli incitamenti, la vicinanza dei propri cari e soprattutto per il significato che porta con sé. Anche quando il cronometro non sorride, l’emozione della maratona è più forte che mai.
La Maratona di Parigi non è la più veloce. Né la più semplice. Ma forse è una delle più intense dal punto di vista emotivo. Il suo dislivello insidioso, le salite nascoste e il pavé impegnativo ne fanno una vera prova fisica, ma anche mentale. Per godersela fino in fondo, è meglio prepararsi bene e conservare energie per la seconda parte del percorso. E soprattutto non bisogna mai dimenticare di alzare lo sguardo, per assaporare la fortuna di correre sui viali della città più bella del mondo.