Stamáta Revíthi, la gloria anonima
Nell’aprile del 1896, ad Atene, mentre Spyridon Louis vinceva la prima maratona olimpica dell’era moderna, una donna decise di percorrere a sua volta quei 40 chilometri il giorno dopo la gara ufficiale, senza pettorale. Si chiamava Stamáta Revíthi, la prima maratoneta ribelle della nostra epoca.
Nel 1896, su consiglio dello storico Michel Bréal, la maratona di Atene diventa la prova regina dei Giochi olimpici ripensati e sognati da Pierre de Coubertin. Il 10 aprile, diciassette uomini devono percorrere 40 chilometri, una distanza ufficiale che sarà adottata soltanto nel 1908 a Londra. Nessuna donna è al via: i regolamenti ne vietano la partecipazione. Una delle ragioni addotte dal controverso presidente del CIO? Proteggere le donne dagli sguardi lascivi degli spettatori.
Eppure c’è una donna che tenta in ogni modo di prendere il via nella gara ufficiale, poi vinta da Spyrídon Loúis in 2h58’50. Nata a Syros, Stamáta Revíthi vuole misurarsi con la prova, ma le viene negato il via. Il giorno dopo la gara, l’11 aprile 1896, decide di partire da sola tra la città di Marathon, a est della capitale, e lo stadio Panathinaiko di Atene. È l’inizio di un’ostinata impresa, diventata oggi un simbolo.
Una prestazione fuori dagli schemi
La maratona dei Giochi del 1896 è concepita come una prova maschile. All’epoca le argomentazioni sono diverse: i Giochi antichi erano riservati agli uomini, il corpo femminile non sarebbe adatto agli sforzi prolungati oppure « se ci sono donne che vogliono giocare a calcio o fare boxe, siano libere di farlo, purché avvenga senza spettatori, perché gli spettatori che si radunano attorno a competizioni simili non vengono per assistere allo sport »: una citazione di Pierre de Coubertin risalente al 1928, che dimostra quanto il barone avesse le idee chiare sull’argomento. Del resto, bisognerà aspettare il 1984 e Los Angeles per vedere la prima maratona femminile ai Giochi olimpici.
Le tradizioni sono sempre dure a morire. Revíthi chiede di partecipare, ma la sua richiesta viene respinta dagli ufficiali. Persino il sacerdote incaricato di benedire i corridori le volta le spalle. Lei decide comunque di correre. L’11 aprile, alle 9 del mattino, parte da sola. Alle 13:30, dopo essersi fermata diverse volte per recuperare le forze, completa il percorso. E, ancora una volta, con grande eleganza e spirito sportivo, le viene negato l’accesso allo stadio Panathinaiko, dove il giorno prima si era svolta la cerimonia ufficiale. La sua volontà d’acciaio le ha comunque garantito un posto nella storia. La notizia è poco conosciuta, ma confermata dagli storici. Sulla celebre corsa di Revíthi si trovano diverse date, ma la discrepanza si spiega con la differenza tra calendario gregoriano e giuliano, quest’ultimo ancora in uso in Grecia all’epoca.
Una corsa per uscire dalla povertà?
I giornali dell’epoca parlano effettivamente della sua prestazione. Athanasios Tarasouleas, storico legato al CIO, ha indagato su questa vicenda che sembra una favola e ha ritrovato tracce nei quotidiani del tempo. Il giornale Estia scrive così della «podista signora Revithi, la donna strana che, dopo aver corso qualche giorno fa la maratona come prova, ha intenzione di partecipare dopodomani. Oggi è venuta nei nostri uffici e ha dichiarato: “Se le scarpe mi daranno fastidio, le toglierò lungo il percorso e continuerò a piedi nudi”». Il giornale parla di una prima maratona corsa come prova, in 4 ore e 30 secondo le fonti, e forse è proprio allora che nasce il mistero attorno a due presunte podiste.
Stamáta Revíthi e un’altra donna di nome Melpomene avrebbero percorso la distanza. Secondo alcune fonti, la famosa Melpomene, nome preso in prestito dalla musa della tragedia, potrebbe essere la stessa Stamáta Revíthi, presentatasi con questo soprannome. Gli storici non sono concordi su questo punto. Melpomene o no, la corsa di Stamáta Revíthi è documentata. Le informazioni biografiche su questa donna restano però frammentarie. Sarebbe nata nel 1866 a Syros, una delle isole Cicladi. All’epoca dei Giochi olimpici è una donna povera, madre di un figlio e da poco privata di un altro. Sarebbe arrivata ad Atene a piedi, in cerca di lavoro, e lì avrebbe sentito parlare della maratona, decidendo di correrla. E così fece. La storia non racconta se Stamáta Revíthi riuscì a migliorare la propria condizione dopo quell’impresa.
Quando una statua di Stamáta Revíthi in Grecia o altrove?
L’impresa di Stamáta Revíthi è ben lontana dal rivoluzionare le regole olimpiche. Le donne resteranno escluse dalla maratona ancora per decenni. Bisognerà aspettare il 1984 perché la prova femminile entri nel programma dei Giochi olimpici di Los Angeles. Il suo nome non compare negli albi ufficiali, ma il suo gesto costituisce un precedente: è una delle prime donne a farsi conoscere nella battaglia per rivendicare l’accesso a una gara di endurance aperta al pubblico. Se allora il suo gesto fu isolato e spontaneo, forse spinto dal desiderio di lasciarsi alle spalle una condizione sociale difficile, oggi è diventato un simbolo.
Con lo sviluppo degli studi storici sulla lotta delle donne per i propri diritti, la sua vicenda è stata riscoperta. Il gesto di Stamáta Revíthi si inserisce in una lunga cronologia di iniziative isolate, con Kathrine Switzer nel 1967 come esponente più celebre, prima del riconoscimento istituzionale. In Grecia, la sua storia è riconosciuta ed è stata progressivamente integrata nel racconto nazionale della maratona come figura pionieristica. Il lavoro dello storico greco Athanasios Tarasouleas ne è la prova più significativa.
Quando una statua o un museo dedicato a Stamáta Revíthi? La storia di questa donna ostinata e coraggiosa lo meriterebbe. E così potrebbe continuare a ispirare, con ancora più forza, tutti i sognatori del mondo.
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