Da quando ha infranto il muro delle due ore in maratona, Sabastian Sawe è finito sotto i riflettori. La sua prestazione è al centro di ogni discussione e la sua carriera ha assunto una nuova dimensione. Dopotutto, resterà per sempre il primo uomo ad aver corso una maratona ufficiale in meno di due ore. Un’impresa immensa, storica, persino ispiratrice. Ma chi è davvero Sabastian Sawe? Fino a pochi anni fa, il suo nome era sconosciuto a quasi tutti, anche tra gli appassionati più competenti. Niente grande carriera in pista come Kenenisa Bekele o Eliud Kipchoge. Nessuna medaglia olimpica. Nessuna narrazione costruita dal marketing fin dall’adolescenza. Sawe è arrivato tardi. Quasi in punta di piedi. Il keniano di 31 anni si è fatto strada nella storia con il lavoro, la perseveranza e la discrezione, proprio a sua immagine… Oggi tutti vogliono sapere chi sia davvero l’uomo soprannominato «l’assassino silenzioso».
Una storia familiare profondamente radicata nella resilienza
Sabastian Kimaru Sawe è nato il 16 marzo 1995 a Barsombe, nella contea di Uasin Gishu, nel cuore della Rift Valley keniana. Una regione conosciuta da chiunque nel mondo della corsa. Ma per capire la storia di questo atleta bisogna probabilmente risalire molto più indietro. Molto prima di Londra. Molto prima della maratona.
Suo padre, Simion Sawe, è agricoltore e appartiene al popolo Nandi, una comunità emblematica della Rift Valley keniana. I Nandi occupano un posto particolare nella storia del Kenya: tra il 1890 e il 1906 opposero una lunga resistenza alla colonizzazione britannica. Una cultura della resilienza, dell’autonomia e del rifiuto di arrendersi che si ritrova ancora nelle generazioni di oggi. Suo nonno, Musa Sitenei, era un bracciante agricolo. A poco a poco dissodò la terra a mano, fino ad arrivare a possedere oltre 150 ettari di campi di mais. In famiglia questa storia viene spesso raccontata come il simbolo del lavoro, della pazienza e della disciplina. Sawe non lo ha mai conosciuto, ma questa cultura della fatica ha segnato profondamente la sua infanzia.
Da piccolo, Sabastian viene cresciuto soprattutto dalla nonna Esther, soprannominata «Koko». Quando i genitori si trasferiscono nella contea di Nandi per lavorare nell’agricoltura, lui sceglie di tornare a vivere a Cheukta con la sorella, per restare accanto a lei. Ancora oggi parla spesso di questa nonna come della persona che gli ha trasmesso i valori più importanti: gratitudine, fede, calma e disciplina.
Anche lo sport fa parte del DNA della famiglia. Sua madre Emily Sawe era una velocista e già negli anni Novanta vinceva gare scolastiche, prima che una gravidanza precoce mettesse fine alla sua carriera. L’altra nonna, Vivian Kimaru, avrebbe persino partecipato ai Giochi olimpici di Monaco 1972 negli 800 e nei 1500 metri. Suo zio Abraham Chepkirwok, figura decisiva nel suo percorso, rappresentò invece l’Uganda ai Giochi olimpici di Pechino negli 800 metri. In casa Sawe, correre non è mai stato soltanto uno sport. È qualcosa di molto più grande.
A scuola Sawe viene descritto come un ragazzo timido e riservato. Non è certo il tipo da cercare i riflettori. Come vuole una tradizione ben radicata in Kenya, corre ogni giorno. Dieci minuti per andare a scuola e altri dieci per tornare a casa. Un insegnante, Julius Kemel, ne nota subito il talento e lo incoraggia a continuare. Ma a quel tempo diventare un atleta professionista non sembra affatto un obiettivo realistico per lui…
𝟭𝗵𝟱𝟵'𝟯𝟬''. Record del mondo nella Maratona di Londra per Sabastian Sawe, in un’atmosfera pazzesca 🙌 pic.twitter.com/Gqy4Uk01Sl
— Eurosport France (@Eurosport_FR) April 26, 2026
Un ingresso tardivo nell’élite
Nonostante un’eredità sportiva ben radicata in famiglia, nulla lasciava davvero presagire un percorso così folle per il prodigio keniano. Per anni resta nell’ombra, timido e lontano dai riflettori. Trascorre diverse stagioni a Iten senza riuscire davvero a emergere. Nel marzo 2020 subisce il suo infortunio più grave, la rottura di un tendine, che lo costringe a fermarsi per diversi mesi. Poi riprende ad allenarsi, ma tutte le competizioni vengono annullate a causa del Covid. In quel periodo i dubbi sono numerosi e a volte pensa perfino di abbandonare l’élite per trovare un lavoro più sicuro, magari nella polizia o nell’esercito, come i fratelli Vivian e Ian, che hanno una situazione più stabile.
A differenza dei grandi nomi dell’atletica, Sabastian Sawe non passa dalla pista e dal percorso tradizionale. Non accumula titoli giovanili. Non fa saltare il banco con tempi clamorosi a vent’anni. Ma il lavoro e la perseveranza lo portano a una svolta decisiva. Sawe non si trova bene a Iten e ha bisogno di cambiare. Lo zio ugandese, Abraham Chepkirwok, lo mette in contatto con l’allenatore italiano Claudio Berardelli, che vive in Kenya da oltre vent’anni. Sawe entra così in un nuovo gruppo di allenamento a Kapsabet, il 2running club. Comincia una nuova avventura. Il piacere di correre ritorna e Sawe entra rapidamente nel gruppo degli atleti migliori.
Poi arriva quel momento quasi irreale che gli cambia la vita. Un capitolo fondante della sua ascesa. Nel 2022 il suo allenatore lo sceglie come lepre per la mezza maratona di Siviglia. Il compito è semplice: portare il gruppo di testa al decimo chilometro in 28’10. Ma poco prima di partire per la Spagna, scopre che la nonna Koko, quella che lo ha cresciuto, è gravemente malata. Decide comunque di volare in Europa per vivere la sua prima esperienza internazionale. Fin dai primi metri Sawe va molto più forte del previsto: corre come se stesse rendendo omaggio alla nonna. A metà gara si accorge di essere ormai solo: il gruppo non riesce più a seguirlo. Invece di interrompere lo sforzo… Sawe continua e domina la gara. Taglia il traguardo per primo e firma il nuovo record del percorso in 59’02… quando doveva semplicemente fare da lepre. Pochi giorni dopo, la malattia porta via la nonna Koko…
Per il suo allenatore Berardelli, la svolta è immediata. Capisce subito di avere davanti un atleta fuori dal comune. «Non è soltanto un buon corridore. È una persona diversa», dirà in seguito. E ciò che colpisce tutti quelli che lavorano con Sawe non è soltanto il suo motore fisiologico. È il suo atteggiamento. La calma. La disciplina. L’umiltà. La fede.
L’ascesa immediata nella maratona
La cosa più incredibile nella storia di Sawe è la velocità con cui è successo tutto. Poche settimane dopo Siviglia corre i 10 km in 26’54 in Germania, poi sfiora il record dell’ora di Mo Farah a Bruxelles, percorrendo oltre 21,2 chilometri in 60 minuti. Ma è soprattutto in Kenya, nelle gare più competitive del mondo, che comincia a costruirsi una reputazione vera. Vince, tra le altre cose, gli estremamente selettivi campionati nazionali keniani di cross, una gara spesso considerata più competitiva di una rassegna internazionale, vista la ferocia della concorrenza. Pochi mesi dopo partecipa ai Mondiali di cross di Bathurst, in Australia, e contribuisce al titolo a squadre del Kenya con un solido settimo posto.
Poi arriva il 2023, l’anno in cui Sawe si installa definitivamente tra i migliori corridori del mondo. A Riga conquista il titolo mondiale nella mezza maratona dopo una gara gestita alla perfezione, guidando una storica tripletta keniana. Un momento fondante della sua carriera. A quel punto il suo allenatore italiano Claudio Berardelli comincia a capire che Sawe possiede qualcosa di diverso. Una rara capacità di accelerare dopo un’ora di sforzo, un’economia di corsa eccezionale e soprattutto una tenuta mentale d’acciaio.
È infine nel 2024 che Berardelli decide di portarlo sulla maratona. A Valencia. L’obiettivo iniziale era correre intorno alle 2h03 o 2h04. Sawe finisce invece in 2h02’05 e vince la gara. Firma il secondo esordio più veloce della storia, a 12 secondi da Kelvin Kiptum. Il mondo della maratona aveva ufficialmente trovato il suo nuovo fenomeno… Pochi mesi dopo vince Londra. Poi Berlino. Poi ancora Londra in 1h59’30. Quattro maratone. Quattro vittorie. Già un record del mondo. E soprattutto incide il suo nome nella storia, diventando il primo uomo a correre sotto le due ore in condizioni ufficiali. La sua prestazione fa il giro del mondo. La maratona ha cambiato dimensione, e anche Sawe. Come Kiptum, sembra avere la capacità eccezionale di accelerare negli ultimi chilometri di una maratona. Di diventare più forte quando gli altri iniziano a saltare. La sua seconda mezza a Londra, corsa in 59’01, è rimasta impressa per sempre: nessuno aveva mai corso così veloce all’interno di una maratona.
La vita a Kapsabet: semplicità, altitudine e chilometri
Ancora oggi, nonostante lo status di primatista mondiale, la vita di Sawe resta estremamente semplice. Si allena nella regione di Kapsabet e Iten, tra i 2.000 e i 2.400 metri di altitudine, in mezzo ai migliori maratoneti del pianeta. Le giornate seguono spesso lo stesso ritmo. Sveglia presto. Prima seduta prima dell’alba. Colazione. Riposo. Secondo allenamento più leggero nel pomeriggio. Massaggio, recupero, pasti, sonno.
Uno stile di vita tipico dei migliori corridori keniani. Niente di stravagante, nessuna sovraesposizione. Chi gli sta vicino racconta di un atleta quasi ossessivo nel modo in cui organizza la propria vita intorno alla maratona. È un cultore dei grandi volumi e durante i blocchi specifici supera regolarmente i 200 km settimanali. Ma soprattutto Sawe sembra possedere qualcosa di raro anche tra i maratoneti più forti: non ha paura di nulla. A Londra, quando accelera al 30° chilometro su ritmi da record del mondo… sa esattamente quello che sta facendo. Questa capacità di correre senza paura spiega probabilmente perché il suo agente Eric Lilot lo abbia soprannominato «l’assassino silenzioso». Discreto nella vita di tutti i giorni. Spietato sull’asfalto.
Una nuova generazione di maratoneti
Sawe rappresenta anche una nuova generazione di maratoneti. Una generazione di corridori che passa rapidamente alla strada e alle lunghe distanze. Una generazione in cui nulla viene lasciato al caso. Può contare sul forte sostegno dei suoi sponsor, in particolare adidas e Maurten, che investono molto per accompagnare l’atleta. Scarpe con piastra di nuova generazione, adatte alla sua meccanica di corsa. Nutrizione studiata al grammo. Analisi fisiologiche avanzate. Monitoraggio dei carichi di allenamento. Lavoro sull’economia di corsa. E anche allenamento dell’apparato digerente per assumere oltre 110 grammi di carboidrati all’ora durante lo sforzo. La maratona moderna assomiglia ormai quasi a un laboratorio della performance. E oggi Sawe è probabilmente l’atleta che porta più lontano questa logica.
A coronamento del suo 2025, è stato eletto «Atleta dell’anno nelle gare su strada» da World Athletics. Un riconoscimento prestigioso e unanime dopo le vittorie in due Major, Londra e Berlino.
La sua battaglia contro il doping
Quando si parla della storia della maratona e del Kenya, c’è sempre un’ombra di doping che aleggia sullo sfondo. Purtroppo il Kenya attraversa da diversi anni una crisi profonda, con decine di atleti sospesi. Sawe lo sa perfettamente. Insieme al suo sponsor Adidas, al suo agente e al suo entourage, ha scelto di istituire un programma rafforzato di controlli antidoping con l’Athletics Integrity Unit (AIU). L’obiettivo è chiaro: dimostrare di essere pulito. Prima della Maratona di Berlino è stato sottoposto a 25 controlli. Mai successo nella storia della maratona. Ma Sawe vuole fare le cose per bene. «Il doping è diventato un cancro nel mio Paese», ha spiegato dopo il record del mondo. Una presa di posizione rara nell’ambiente. E probabilmente importante per l’immagine della maratona di oggi.
Si potrebbe riassumere la storia di Sabastian Sawe con un tempo… Ma dietro quell’1h59’30 ci sono un bambino della Rift Valley e un corridore discreto, cresciuto a lungo lontano dai riflettori prima di esplodere rapidamente ai vertici. Il suo percorso racconta pazienza, lavoro e quella cultura della resilienza tipica del Kenya. Dal 26 aprile 2026, giorno della sua impresa alla Maratona di Londra, la sua vita ha cambiato dimensione. Decisamente. Ma la cosa più impressionante è che, con appena quattro maratone all’attivo, «l’assassino silenzioso» sembra ancora molto lontano dall’aver raggiunto i propri limiti.
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